Com’è nata la scelta dello pseudonimo Nork?
L’orco è l’archetipo del fantasy a cui mi sono sempre sentito più vicino (quando parlo di orchi intendo più quelli di World of Warcraft, Warhammer o della saga di Nicholls e meno quelli “bad oriented” del Signore degli Anelli, per intenderci) e quindi cercavo uno pseudonimo semplice, ma che racchiudesse la mia passione. “Just an orc” in inglese, o “n’orc” in napoletano, e da qui Nork.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Per me la scrittura è vita, quando scrivo mi catapulto in un altro mondo e sono lì, anima corpo e mente. Scrivere per me non è nient’altro che riportare su carta quello che vedo, sento e provo quando sono dall’altra parte della pagina bianca.
Cosa ti ha ispirato per la realizzazione del tuo libro? Com’è nata l’idea?
L’idea della Taverna Errante è nata mentre creavo la lore e il worldbuilding per un videogame. Una volta preparato tutto il materiale, mi sono accorto che il mondo era vivo dentro di me, i personaggi continuavano a ronzarmi in testa e premevano per raccontarmi le loro storie. Non riuscivo a pensare ad altro che a quegli orchi fieri e idioti, a quei fur testardi e spietati e al taverniere che reggeva le fila di un mondo cosi vasto e variopinto. La veemenza di quel mondo, l’Edeer, era prorompente e non ho potuto far altro che dare voce a ogni personaggio. È stato catartico.
Le ispirazioni sono tante, il già citato Warcraft, D&D, Abercrombie, Lansdale, Pratchett, ma anche Tarantino, Garth Ennis, Monkey Island, The Wire, Sons of Anarchy… beh, mi fermo qui o altrimenti occuperei due pagine solo per elencare ogni singola fonte di ispirazione.
D’altronde qualcuno disse:
Siamo composti da quello che vediamo, quello che leggiamo e quello a cui giochiamo, no?
La scelta di una taverna errante ha un significato?
“Mobilis in Mobile” diceva Verne parlando del Nautilus. Perché non applicarlo anche a una taverna? La taverna è un caposaldo di ogni storia fantasy classicheggiante, quindi quando il progetto era ancora solo la base per un videogioco, il mio amico mi chiese di inserire una taverna che fungesse da base di partenza per i giocatori. Ma non ero soddisfatto e quindi creai il concetto di una taverna che può spostarsi da una parte all’altra del mondo. Per il gioco era perfetta, permetteva di far interagire anche con personaggi di fazioni in lotta tra loro e il concetto che qualcuno che potesse trarne vantaggio mi piaceva un sacco. Così nacque Seth, il
taverniere e la sua Taverna divenne un po’ il fulcro di tutta la narrazione. Naturalmente nella raccolta di racconti si hanno solo i primi assaggi delle sue potenzialità, e i misteri che cela si dipaneranno solo nelle storie successive.
C’è un personaggio a cui ti senti particolarmente legato?
Sarò scontato, ma sono gli orchi. Ogni orco che appare nei racconti (e soprattutto nei romanzi ancora inediti) ha qualcosa di mio, qualche aspetto a cui sono particolarmente legato. E poi c’è Seth, l’umano proprietario della Taverna Errante. Mi piace perché è il personaggio più ambiguo di tutti, e, credetemi, finora abbiamo solo sfiorato la sua complessa personalità. Lo si può amare o odiare, ma anche un bastardo come lui ha un cuore. Non mi dilungo troppo o sconfiniamo nello spoiler.
Uscirà un secondo volume della Taverna Errante?
Non so se uscirà una seconda raccolta di racconti, ma i semi che ho gettato nel libro germoglieranno in qualche romanzo e un paio di novelle. La Taverna Errante ha ancora tante storie da raccontare.
Come ti sei sentito dopo aver pubblicato il tuo libro? Quale sensazione ti hanno dato le prime
recensioni?
Ammetto che vedere le proprie idee prendere forma in un oggetto solido come un libro è una bella sensazione, ma la cosa più bella è stata il riscontro con i lettori. Non avrei mai creduto che tanta gente si sarebbe appassionata alla mia banda di bastardi e ogni messaggio o email che ricevo mi fanno capire che sono sulla strada giusta. Sentirsi dire spesso “a quando il prossimo” mi riempie di orgoglio, ma mi anche reso palpabile un senso di responsabilità a cui non avevo mai pensato. Ci sono lettori e lettrici lì fuori che aspettano altre storie dell’Edeer, e se prima scrivevo con una certa scioltezza, ora mi sento in dovere di non deluderli. Ogni altro libro che uscirà dovrà essere migliore del precedente e lasciare un segno nel cuore di chi legge.
Hai altri progetti di scrittura per il futuro?
Certo. A breve uscirà una novella su Enoria, l’elfa cieca apprezzata da molte lettrici, poi ho pronto (in prima stesura) un romanzo ambientato subito dopo le vicende de “I Racconti della Taverna Errante”, in cui ritorneranno molti dei personaggi e successivamente un romanzo per una casa editrice di cui non posso dire ancora nulla (e anche qui torneranno in scena due dei protagonisti dei racconti). Poi ci sono un altro paio di progetti in cantiere, ma è prematuro parlarne.
Ti senti di dare qualche consiglio a chi vuole scrivere un romanzo fantasy?
A parte i due consigli basic (ma validissimi) leggi e scrivi molto, aggiungerei: non smettere mai di studiare e prenditi il tempo che serve. Un romanzo non è uno sprint, ma una maratona.
Inoltre non illuderti di poter fare tutto da solo, l’alpha reader, i beta reader e (soprattutto) l’editor sono delle figure importanti per presentare una storia al pubblico.
Ancora: non pensare che solo perché sia un fantasy puoi scrivere quello che vuoi, pensa a come funziona il mondo che hai creato e chiediti sempre perché. Io credo che in qualche modo ogni libro sia un’opera d’arte, e va trattato con il giusto rispetto.
Dai ai lettori cinque motivi per leggere il tuo libro:
1 – C’è una taverna che si sposta da una parte all’altra del continente infischiandosene di
conflitti, odi razziali e nani impiccioni.
2 – C’è un taverniere che darebbe filo da torcere a Butcher di The Boys
3 – Ci sono elfi, orchi, nani e altre razze, ma i tropi del fantasy classico sono ribaltati
4 – È divertente, ironico, ma con molti spunti di riflessione
5 – È stato scritto da un orco
Lasciaci una citazione:
“Non esistono tempi migliori o peggiori. Il mondo va avanti, e noi con lui. Anche se qualcuno a volte se ne dimentica.” (Seth, il taverniere)
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