Il cavaliere da Amaranth
Il vento del Nord soffia freddo, spazzando il pianoro dove sorge la mia casa. È passata un’ora dal
Mezzodì e l’ombra del Picco dei Caprioli, sulle cui pendici sono solito andare a caccia, ha già ricoperto la
casa e presto ingloberà anche il bersaglio. Alzo lo sguardo al cielo: il Sole Minore è già tramontato e presto
anche gli altri tre lo raggiungeranno. Incocco la freccia, tendo l’arco e prendo la mira. Lascio partire il dardo,
che si conficca al centro del rozzo disco di legno, scalzando la freccia scagliata poco prima.
Basta per oggi, penso.
Un nitrito, seguito da una risata di bambina, mi fa voltare: mia figlia Kara sta imparando a cavalcare ma
riesce già a stare in sella senza il mio aiuto.
«Hop Dark, su!» dice ridendo all’orecchio del suo pony.
La scena mi strappa un sorriso. «Fallo trottare, Kara!»
«Norwulf!»
Mi volto e vedo arrivare a corsa Mayra, mia moglie. Tiene in mano la zappetta e ha il vestito verde sporco di
terra. Si ferma ansando e io le carezzo i capelli biondi.
«Che cosa succede? Una volpe bianca troppo intraprendente?»
Anche se sono animali notturni, le volpi bianche non disdegnano la caccia diurna se sentono odore di cibo.
Lei mi guarda con i suoi occhi azzurri e scuote la testa. «Un cavallo al galoppo, sulla strada».
Entro nel recinto e aiuto la mia bambina a scendere di sella. Lei mi dà un bacio e si rifugia tra le braccia di
sua madre.
Porto la mano alla fronte per schermare i raggi morenti dei Soli e lo vedo. Un militare, penso vedendo
scintillare l’armatura al sole. Il rumore degli zoccoli si fa più forte. Con un gesto brusco il cavaliere tira la
briglia verso di sé e smonta dalla sella, mentre il cavallo si arresta a pochi passi da me, nitrendo. Si toglie
l’elmo e scuote la lunga capigliatura, mentre l’imponente cavallo da guerra smuove con gli zoccoli la terra.
Inclino la testa su un lato e lo guardo in tralice, sorpreso. È solo un ragazzo…
«Mastro arciere Norwulf» esordisce lui con voce sicura, accennando un inchino «ti devo scortare ad
Amaranth: il Signore della città e il Capo dei maghi del fulmine hanno chiesto di te».
L’espressione del giovane e la natura del suo messaggio mi turbano.
«Accomodati in casa» replico cercando di apparire sereno «mia moglie ti servirà un boccale di birra e se hai
fame…»
L’altro mi interrompe. «La tua ospitalità mi è gradita e sono spiacente di doverla rifiutare, ma ho ricevuto
l’ordine di ripartire subito».
«Che cosa è successo?»
Il ragazzo non risponde.
«Ho il tempo di preparare un bagaglio?»
«Certo, Mastro arciere».
Mi volto verso Mayra, che tiene Kara stretta e sé, e nei suoi occhi vedo affiorare le lacrime.
Mi abbasso e guardo la mia bambina. «Tornerò presto».
Poco dopo sono in sella al mio cavallo. La strada curva a destra e la mia casa scompare dietro le rocce,
insieme alla mia famiglia. Spingiamo i cavalli al galoppo lungo la strada per Amaranth, la più importante
delle Sette Città. Sento ancora sulle labbra il bacio di Mayra.
Amaranth
Man mano che mi avvicino alla città, una pietraia ricoperta di neve prende il posto dei pascoli e il
vento che soffia dalle cime delle montagne mi intorpidisce la faccia. Il sentiero confluisce in un’ampia strada
che porta alla muraglia rossa che cinge la città. Poco oltre, un enorme obelisco raccoglie l’energia dei fulmini
che cadono sulla montagna. La mia guida dirige il cavallo sulla strada laterale che costeggia le mura.
«Entreremo dalla porta della guarnigione?» grido, ma non ottengo risposta. Oltrepassiamo la porta e gli
zoccoli dei nostri cavalli risuonano sul selciato del grande cortile. Uomini corrono portando in braccio
provviste, spade, scudi, archi. Dalle stalle provengono nitriti inquieti; le luci dei dormitori e del refettorio
sono accese. Il cavaliere si ferma all’ingresso del palazzo del Capo della guarnigione, un austero edificio di
pietra scura.
Il cavaliere mi scocca un’occhiata poco amichevole. «Sei atteso nella sala delle armi».
Varco la soglia e mi incammino per lo stretto corridoio. Piego a sinistra, supero la scala che porta ai piani
superiori ed entro nella sala delle armi, illuminata dalla luce delle torce. Il Signore di Amaranth, Bregulf, mi
rivolge un saluto. Accanto a lui c’è Elflight, il Capo dei maghi, che indossa una veste azzurra con il
cappuccio tirato giù. Mi soffermo sui lunghi capelli grigi, la barba bianca, il volto solcato da numerose rughe
e gli occhi azzurri e luminescenti. Un apprendista mago dalla veste purpurea è appoggiato alla colonna, con il
cappuccio calato sugli occhi.
La voce di Elflight suona stanca «Siedi Norwulf».
Mi siedo e lo guardo negli occhi.
«Condurrai un drappello di cinquanta uomini fino alla Caverna Bianca. Frimm, il mio apprendista, ti
spiegherà tutto dopo che avrete lasciato la città».
Inarco un sopracciglio e controbatto: «In pieno inverno?»
«Viaggerete a cavallo fino alla stazione di Skyspring» interviene Bregulf con aria grave «lì lascerete i cavalli
e proseguirete a piedi verso la Caverna Bianca».
Il signore di Amaranth sospira e con mia sorpresa poggia la mano sopra la mia. La sua mano è calda e asciutta
ma il tono preoccupato della sua voce mi mette in allarme. «Ti stiamo affidando il comando di una missione
delicata e non vogliamo che trapeli una sola parola. Adesso vai a riposare, partirai domani all’alba».
Deglutisco, in cerca delle parole adatte e rimango seduto. «Perdonami mio Signore, ma voglio sapere per
quale motivo mi avete chiamato. A casa ho lasciato una moglie e una figlia».
Bregulf scambia un’occhiata con Elflight. Il mago sospira, mi fissa con i suoi occhi brillanti e inizia a parlare
con voce bassa. «L’obelisco della Caverna Bianca ha rilevato qualcosa di sfuggente, senza forma».
Socchiudo gli occhi e lo interrogo con lo sguardo.
«È comparso all’improvviso, come se fosse stato portato dal vento o spinto lì da qualcosa, o da qualcuno»
conclude il vecchio.
Quelle parole mi instillano nell’animo una profonda angoscia. A che cosa andrò incontro?
Mi alzo e chino la testa in segno di obbedienza. Un attendente mi conduce a una camera al primo piano del
palazzo e mi lascia solo. Metto le mani sul materasso di erbe.
È più morbido del mio, appuro.
La camera è arredata in modo scarno, un letto, uno sgabello, un piccolo tavolo di legno e un lavabo, sul quale
è poggiata una brocca d’acqua. Una porta si apre su una minuscola latrina. Un secchio d’acqua è posato
nell’angolo vicino alla finestra. Poco dopo l’attendente mi lascia un vassoio con la cena: zuppa di verdure,
una fetta di pane nero, una bacca dell’Hishtran e un calice di idromele diluito con acqua. Dopo aver
mangiato, mi tolgo gli stivali e mi sdraio sul letto. Chiudo gli occhi e penso che non riuscirò a prendere
sonno.
Vengo svegliato dal rumore della porta che si apre.
Una giovane, una cuoca forse, mi dice in tono ossequioso: «Mastro arciere, scendi al refettorio per la
colazione».
Seduto a un tavolo osservo i cinquanta ragazzi che stanno consumando il loro pasto in silenzio. Frimm siede
in disparte con il cappuccio abbassato: anche lui è un ragazzo.
La Caverna Bianca
È l’alba. Il cortile risuona di nitriti, voci e scalpiccii di zoccoli. La porta della guarnigione è aperta.
Frimm è in sella al suo cavallo e porta a tracolla un cilindro metallico chiuso. Frecce-fulmine, penso, allora i
timori di Elflight sono più che fondati.
«In fila per due!» ordino alla colonna con voce decisa «attendetemi oltre la porta».
Alzo lo sguardo sul palazzo del Capo della guarnigione e vedo gli occhi luminescenti di Elflight brillare
dietro una finestra.
Usciamo dalla città al galoppo e oltrepassiamo l’obelisco, diretti verso un nulla gelido. Imbocchiamo la pista
per il massiccio dell’Hishtran, che si incunea tra due alte pareti rocciose. Superiamo la gola al trotto ed
entriamo nella foresta di Icewood, accompagnati solo dallo sbuffare delle nostre cavalcature. L’aria nel bosco
è gelida. Sul ramo di un albero è appollaiato un grosso gufo. L’uccello emette un verso lugubre e ci osserva
passare, suscitando un mormorio generale. Un segno di sventura, penso intimorito. Frimm mi guarda per un
momento, poi sprona il suo cavallo. Usciamo dal bosco e alziamo tutti lo sguardo verso i ripidi tornanti
ghiacciati del Sentiero dei Corvi, fiancheggiati da un enorme orrido.
«Cavalli al passo e in fila per uno!», ordino attaccando la salita. A metà sentiero grandi fiocchi di neve
iniziano a cadere mentre il verso del gufo risuona ancora. Dopo tre ore di salita arriviamo al pianoro e
scorgiamo la stazione di Skyspring, una rude caserma di legno e la torre di avvistamento. Il comandante, un
uomo alto e biondiccio, vestito con un’uniforme rossa ci sta aspettando. Indossa la corazza e uno spadone gli
pende dal fianco sinistro.
Si avvicina e ci rivolge poche parole. «Lasciate i cavalli ed entrate nella stazione, i miei uomini vi daranno
qualcosa da mangiare per stasera. Proseguite lungo la pista e tra un paio d’ore sarete alla Caverna Bianca».
Lo ringrazio con un cenno della testa, scendo da cavallo ed entro in una specie di taverna con il soffitto
basso, nella quale arde un fuoco che riempie di fumo l’ambiente. Alla mia destra c’è un banco dietro al quale
due soldati stanno distribuendo le provviste. Prendo la mia razione come gli altri e riprendiamo la marcia
sotto la neve che cade fitta. La pista innevata sale gradualmente fino a un tratto più ripido, incassato tra due
guglie rocciose. Arranchiamo sulla salita, sfiniti per la faticosa marcia nella neve. Mi volto e vedo i soldati
camminare in fila per due, il capo chino e i respiri che si condensano nell’aria fredda. Frimm è al mio fianco
e noto qualcosa luccicare sulla sua guancia.
Una lacrima ghiacciata, realizzo con sgomento. Raggiungiamo un altipiano e, dopo una gobba ricoperta di
neve, rimaniamo a bocca aperta di fronte all’altissimo obelisco che svetta verso il cielo. Nel crepuscolo i
simboli scolpiti sulla sua superficie brillano di una luce azzurra.
L’ingresso alla Caverna Bianca è una fenditura nel fianco della montagna. Accendiamo le torce e man mano
che ci addentriamo la temperatura sale e il ghiaccio si scioglie. Il budello si apre in un antro che ci accoglie
con il rombo di una cascata, dalla quale emana un vapore tiepido. Ci accampiamo e ceniamo con carne secca
e birra; ci sdraiamo sul suolo tiepido e ci avvolgiamo nelle coperte. Nessuno ha voglia di parlare, scherzare o
raccontare storie. Il rumore della cascata fa da sfondo al nostro sonno inquieto, ma l’ultimo suono che sento
prima di cedere al sonno è il richiamo del gufo.
La battaglia
Mi sento scuotere la spalla: è Frimm e mi sta facendo cenno di seguirlo. I soldati si stanno preparando
per la marcia. Usciamo dalla caverna e veniamo aggrediti dal gelo. Ci acquattiamo dietro una roccia, ai
margini di una conca. L’occhio rosso dell’obelisco brilla nel buio che precede l’alba.
Frimm indica il banco di nebbia davanti a noi e bisbiglia: «È per quello che siamo qui».
«Non vedo niente…» rispondo, facendo cenno ai soldati di fare silenzio.
«Guarda meglio».
Al centro della conca vedo vorticare fiocchi di neve e corpuscoli rossi.
«L’esercito di ghiaccio» mi sussurra Frimm.
Il terrore mi ghermisce: l’esercito di ghiaccio, un’accozzaglia maledetta di uomini stregati dalla montagna,
con un unico occhio rosso al centro della fronte e il corpo ghiacciato. Una leggenda, almeno fino a ieri.
«Il nostro compito è stanare il loro comandante e lanciare la freccia contro l’occhio rosso dell’obelisco. I
maghi vedranno e sapranno» prosegue Frimm.
Scuoto la testa. «Come faremo a…»
«Dobbiamo attaccarli» mi interrompe Frimm.
Il mio sguardo si posa sulle braci sospese a mezz’aria, che adesso sembrano occhi malvagi. I soldati
sguainano le spade e le braci, come consapevoli della nostra presenza, iniziano a vorticare nell’aria.
L’apprendista mago rivolge il suo sguardo verso il corno appeso alla mia cintura. Senza dire niente lo prendo
e soffio, producendo un suono basso e potente. La nebbia vortica più rapidamente e si addensa attorno ai
corpuscoli rossi, mentre il clangore delle spade accompagna le urla dei ragazzi.
I soldati partono a corsa con le spade sguainate mentre gelidi cristalli si condensano in corpi umanoidi con un
unico occhio rosso al centro della testa e lame affilate per braccia. Le spade sbriciolano quei corpi sgraziati in
nuvole di nevischio, le quali si addensano prontamente in nuove creature. I miei soldati, paralizzati dalla
sorpresa, cadono sotto i colpi delle fredde lame. Le urla di dolore si moltiplicano nella gelida aurora. Uno di
quei mostri mi viene contro: sfodero il pugnale e trafiggo l’occhio rosso, riducendolo a un mucchio di neve.
«Colpite l’occhio!» urlo, ma è troppo tardi. Sono circondato dai corpi senza vita dei miei soldati. Frimm mi
raggiunge e mi porge la faretra.
«Lancia la freccia» grida mettendomi in mano la faretra «fai in modo che il nostro sacrificio non sia stato
vano!»
La sua testa si separa dal corpo e un getto del suo sangue caldo mi investe, poi un colpo al torace mi fa finire
a terra. Mi rialzo di scatto e salgo a grandi passi sulla gobba, stringendo i denti per il dolore. Sputo un grumo
di sangue, apro la faretra, prendo un dardo-fulmine e incocco. Punto i piedi nella neve e sollevo l’arco,
mirando all’occhio dell’obelisco. A contatto con l’arma, il proiettile si trasforma in una saetta azzurra che
sfrigola nell’aria. Lascio andare la corda ma perdo l’equilibrio. Rotolo giù e una lama fredda penetra nel mio
fianco, togliendomi il respiro. Riesco a stento a sollevare lo sguardo verso l’obelisco. L’occhio sta pulsando
di una luce azzurra, poi dalla punta parte un raggio azzurro che solca il cielo. Sorrido.
I maghi sapranno e vedranno, penso, mentre i miei sensi si intorpidiscono.
La fine
Nella luce dell’alba due figure incappucciate mi sono accanto. Sono due donne. I lunghi capelli neri
che fuoriescono dai cappucci sembrano fatti di tenebra. Dietro di loro ne scorgo altre cinque. Una di loro
getta indietro il cappuccio e mi guarda. I suoi occhi verdi brillano così intensamente che posso scorgere la
pupilla verticale da rettile. Le labbra rosse risaltano nel volto pallido.
«È l’unico sopravvissuto, Gwyn?»
«Sì Eptra».
Le loro voci sono ultraterrene, voci di morti.
«La magia del fulmine non vi proteggerà» mi sussurra Eptra nell’orecchio «le Sette Città cadranno sotto il
nostro dominio».
«Ti sbagli, strega», le dico con le ultime energie rimaste.
Lei mi guarda e allunga la mano verso il mio volto. Vedo le sue dita tramutarsi in minuscole teste di serpente,
ma non ho paura. Avvolto in una tenebra rassicurante, lascio che il mio ultimo pensiero si libri nell’aria, fino
a loro. Mayra, Kara…




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