“Hai guardato sul fondo del pentolone” di Emanuele Zammarchi

Gaurtin, l’antica città del popolo delle Rosse Chiome sorgeva arroccata sui monti delle terre del  nord ed era famosa per l’eccellenza degli artefici di un tempo, tanto i fabbri che generavano  incredibili gioielli quanto gli artisti che vi incidevano sopra i loro minuziosi intarsi. Quasi tre secoli fa venne conquistata dai guerrieri delle Lunghe Unghie, brutali barbari alti e  torniti, dalle unghie lunghe almeno due volte le dita su cui crescevano, dure come pietra e affilate  come lama di coltello. I barbari avevano percorso molta strada dai loro territori lontani in cerca di  nuovi luoghi da razziare, e ambendo alla ricchezza della pacifica città della gente dai capelli color  di fiamma non vennero intimoriti dalla sua posizione elevata e dopo un protratto assedio riuscirono  ad espugnarla. 

Per molti anni le ricchezze rimasero quindi nelle mani di quei bruti, incapaci di custodire ma solo  di abusare. Essi avevano infatti la mania di accaparrarsi i trofei con violenza senza poi sapere che  farsene, e dopo aver scavato lunghi tunnel nella pietra sotto la città vi portarono i tesori per  lasciarli lì, al pari del patrimonio segreto di un vecchio avaro. Antichi artefatti dal valore  inestimabile rimasero quindi sperduti o irrimediabilmente rovinati, mentre coloro che tra le Rosse Chiome riuscirono a scampare alla razzia furono costretti all’emigrazione giurando di recuperare  ciò che un tempo era stato conservato con orgoglio. 

Le Lunghe Unghie infatti ignoravano che altre Rosse Chiome vivevano in molti villaggi disseminati  per le terre del nord. Con perseveranza i sopravvissuti riuscirono a chiamare alle armi i loro  consanguinei, a radunare un nuovo esercito sotto la loro causa e a cimentarsi infine in un nuovo  assedio. Sicuri della propria posizione e impigriti sugli allori, i bruti erano impreparati ad un tal  numero di attaccanti: seppur col prezzo della vita di quasi la metà dell’esercito le Rosse Chiome  recuperarono la loro amata città. Da allora incrementarono le difese e nessun altro popolo nemico  riuscì mai a portare a termine un assedio. 

Nella memoria delle Rosse Chiome non rimasero impresse solo le gesta degli intrepidi eroi  responsabili della rioccupazione, di chi trionfò e di chi dette la vita per un bene superiore, ma anche il ricordo delle opere d’arte un tempo realizzate e adesso cadute nell’oblio di nuove vie tenebrose, dove peraltro si rintanavano creature bestiali frutto di scellerati esperimenti magici che  

sciamani delle Lunghe Unghie esercitavano sui loro schiavi o sulla fauna del sottosuolo. Oggetti perduti, sì, ma non tutti per sempre: tra le Rosse Chiome ci fu chi, talmente orgoglioso da  non dimenticare le glorie passate, si ritenne abbastanza coraggioso da sfidare l’oscurità e decidere  di mettere a repentaglio la propria incolumità, avventurandosi nel sottosuolo alla ricerca dei più  preziosi reperti, della testimonianza della gloria del passato. Queste persone vennero viste con  rispetto dal popolo e si raccolsero in una gilda: gli Esploratori. 

«Cerca di non fare troppo rumore», disse Nurild, che si trovava circa una ventina di piedi davanti a  Ovlon. Gli dava le spalle, e aveva girato lievemente il capo nella sua direzione. «Falla finita: io so quando è necessario essere furtivi e quando no, e fidati se ti dico che nelle  vicinanze non c’è nessuna creatura indesiderata in agguato» rispose il compagno, la voce roca  echeggiante sulla ruvidezza delle pareti rocciose. 

Ma Nurild non dubitava della silenziosità del coetaneo, bensì della sua sincerità: temeva che, se  avesse rinvenuto qualche piccolo oggetto prezioso che a lui fosse dovuto sfuggire, se lo sarebbe  ficcato in tasca senza dire una parola. 

I due facevano parte degli Esploratori. Nurild era amante della storia del suo popolo e della  tradizione, tanto da aver scelto di avventurarsi nei sotterranei delle terre del nord per recuperare  antichi artefatti da portare a corte per essere esposti dal re e ammirati da tutto il popolo. Ora  venticinquenne, nel corso degli anni di formazione aveva imparato a essere vigile sia alla luce che 

nell’oscurità, affinando i propri sensi come insegnavano i maestri, così da cercare di non farsi  sorprendere dagli agguati delle bestie del sottosuolo ed essere sempre pronto a trovare la giusta via  di fuga in ogni situazione. 

Ovlon era suo amico di infanzia e Esploratore come lui: ma laddove Nurild recuperava artefatti in nome del valore storico, Ovlon cercava sempre di ottenere un guadagno personale, sgraffignando il  più possibile dalle tombe. Nurild più volte lo aveva sorpreso con le mani nel sacco, convincendolo a  restituire ciò che era appartenuto agli avi, ma questo atteggiamento portò all’evolversi di un astio  amaro. Tuttavia le rispettive qualità sul campo di ricerca e la profonda conoscenza l’uno dell’altro li  rendeva una coppia vincente, e venivano spesso mandati in ricognizione insieme. 

Adesso, stavano proseguendo adagio e guardinghi da circa quattro ore. Per ora erano stati fortunati,  avendo incontrato solo scarafaggi, gruppi di pipistrelli addormentati e qualche talpa, ma nessun essere ostile in agguato: Nurild non aveva dovuto estrarre la fedele balestra, abbastanza piccola da  essere impiegata a una mano, né toccare l’impugnatura della spada corta. Tuttavia, con la schiena  dolente in basso, nella zona lombare, iniziava a sentirsi piuttosto stanco. Quella mattina infatti, seguendo la mappa che mettendo insieme le informazioni racimolate da vecchi testi avevano  tracciato per recuperare le Gemme degli Aruspici, i due avevano attraversato il bosco ai piedi della  montagna fino a giungere alla radura ove si trovava l’ingresso delle rovine da esplorare; qui avevano dovuto lasciare il cavallo e proseguire a piedi su un tipo di terreno roccioso molto  dissestato. 

«Effettivamente non siamo ancora scesi troppo in profondità. Qua si sente tirare ancora qualche  refolo delle correnti d’aria dell’esterno, difficilmente i cavernicoli si spingono tanto in superficie» commentò Nurild cercando tuttavia di tenere la voce più bassa possibile, usando il termine col quale  le Rosse Chiome si riferivano a quei subumani che, orribilmente mutati dai blasfemi riti delle  Lunghe Unghie durante dagli Anni della Dominazione, vivevano ancora nei sotterranei alla stregua  di animali terricoli. 

«Appunto» proferì secco Ovlon, e con ciò Nurild sapeva che aveva annunciato il rifiuto di  discorrere per almeno un’altra ora buona. 

Nurild era sempre appassionato durante le ricerche e di rado si arrendeva per tornare indietro. Ma il  percorso scelto era davvero ripido e pieno di curve che lo rendevano più lungo del previsto; adesso,  stanco com’era, l’Esploratore cominciò inevitabilmente a pentirsi di essere partito e a desiderare di  trovarsi sulla grande sedia a casa sua a scaldarsi i piedi davanti al fuoco. Ma la missione non era  ancora terminata: frugando in ogni anfratto del tunnel avevano già trovato una dozzina di piccole  pietre verdi e lucide che combaciavano alla perfezione con la descrizione delle sedici Gemme degli  Aruspici riportata nei testi. Desiderando recuperare le quattro restanti stavano scendendo sempre  più in profondità, sempre più nel buio, laddove ciò che gli occhi di un Esploratore possono vedere  al flebile lume di lanterna non sono altro che fuggevoli ombre. 

Solo il gocciolare dell’umidità dalle punte delle piccole stalattiti che sopra di loro protendevano  minacciose scandiva il silenzio assoluto, fino a quando una goccia echeggiò in modo diverso dalle  altre: il propagarsi del suono era più ampio e duraturo. 

Ecco che, infatti, la luce delle lanterne schermabili illustrò ai due visitatori l’ingresso di una camera.  Grato di uscire almeno da quell’angusto tunnel, Nurild alzò il braccio che reggeva la lanterna per  scrutare la stanza, mentre lo scalpiccio vicino a sé indicava che Ovlon si fosse messo a ispezionare 

ogni singolo angolo qua e là, come non dimenticava mai di fare al rinvenimento di un nuovo sito. La stanza di per sé non era molto grande e il suolo era occupato per la maggior parte da vasellame e  oggetti di vecchio metallo, forse bronzo, quali pentole e altri utensili, tra cui spiccava un grosso  calderone dai bordi molto spessi su cui era stato scolpito un segno che ricordava la sagoma di una  fiamma. Ma a catturare l’attenzione era una delle pareti: interamente istoriata di rozzi bassorilievi  dal sapore tribale in cui era riconoscibile l’alfabeto squadrato delle Lunghe Unghie, e il modo 

sgangherato in cui erano stati tracciati gli confermò la diceria secondo la quale le Lunghe Unghie  incidessero direttamente utilizzando proprio le dure propaggini che gli uscivano dalle dita. Impiegando qualche istante a decifrare, Nurild vi lesse il breve resoconto di ciò che circa un secolo  addietro era accaduto proprio in quella sala: un potente incantatore Lunga Unghia, sacerdote di uno  degli dèi barbari sanguinari e vendicativi Nurild conosceva grazie ai suoi studi, aveva sorpreso un  intruso intento a rubare nei sotterranei di Gaurtin; arrestatolo con l’aiuto di alcuni guerrieri di ronda  lo condusse in profondità ove lo torturò e lo costrinse a partecipare a un macabro rito compiuto nel  nome del violento dio. Ancora da vivo il suo torace fu aperto e da esso estratto il cuore, così  l’organo fu bollito in un calderone insieme a un miscuglio di erbe sacre, poi inserito nuovamente  nel cadavere che fu a sua volta bruciato. Così il sacerdote condannò l’anima del ladro a non lasciare  mai il luogo che aveva tentato di depredare: imprigionato per sempre nel calderone. Tra le righe spiccava una raffigurazione del recipiente che, seppur maldestra, al giovane lettore  risultava vagamente familiare. Rabbrividendo si volse quel poco che bastava per adocchiare il  grande pentolone al centro della camera: non solo le somigliava per forma in modo preoccupante,  ma il segno a guisa di fiamma era il medesimo. 

«Ho trovato qualcosa» la voce concitata di Ovlon lo riscosse dalla suggestione, «c’è una pietra  malmessa in fondo alla parete, aiutami a tirarla via.» 

Grato di avere una scusa per distrarsi dalla conturbante scoperta Nurild raggiunse l’amico a un  angolo della parete e si chinò ad osservare. Effettivamente quella pietra di grosse dimensioni  sembrava incastrata più debolmente rispetto alle altre. Posate le lanterne i due si aiutarono a quattro  mani: la roccia cedette e con suono stridente riuscirono a trascinarla via. Al suo posto si presentò ai  loro occhi una nicchia abbastanza ampia da contenere un oggetto che alla vicinanza della luce  artificiale rimandò intensi bagliori dorati. 

«Nurild, eravamo alla ricerca delle Gemme degli Aruspici ma guarda che cos’hanno trovato questi  due Esploratori!» schiamazzò Ovlon, manifestando l’entusiasmo di un bambino davanti a un regalo  a lungo desiderato. 

Nurild manteneva sempre un contegno maggiore rispetto a quello del compagno, ma stavolta ogni  fibra di sé fremette di fronte all’importanza storica del reperto: «Ma quella è l… la…» iniziò a  balbettare, «la Corona del Re Dimezzato!» 

La riconobbe immediatamente, corrispondendo perfettamente alla delineazione riportata nei tomi  degli anni passati: la Corona d’oro massiccio dalle nove punte di diamante, forgiata dai maestri  fabbri del passato e scolpita dai migliori artisti della corte di Re Aromdal, soprannominato il  Dimezzato a causa della paralisi che verso la vecchiaia aveva reso inabile buona parte della metà  destra del suo corpo. Nelle cronache egli era considerato il re più savio mai salito sul trono delle  Rosse Chiome, colui che con saggezza aveva saputo dare al suo regno prosperità e pace come mai  era accaduto prima. 

«Il pregio di tale gioiello va senza dubbio al di là della nostra comprensione! Nemmeno  racimolando ogni metallo prezioso, gemma e gingillo nell’intero regno di Gaurtin si potrebbe  raggiungerne il valore…» disse Ovlond, poi allungò lentamente la mano. «E lo abbiamo trovato  noi…» 

Bastò il tono più basso e concupiscente delle ultime parole del compagno per riscuotere Nurild dal  torpore indotto dal fascino e dalla venerazione per la magnificenza della Corona. Conosceva Ovlon  e sapeva cosa stava sperando di riuscire a fare. «Tutto bene, Ovlon?» disse alzando la voce e  cercando di apparire più risoluto possibile. «Prendiamolo insieme e riponiamolo subito nella mia  sacca, la tua è piena quasi il doppio… Hai raccattato troppe pietruzze» terminò abbozzando un  sorriso.

Ovlond non ritrasse la mano, ma scostò ugualmente il viso dal bagliore dell’oro per rivolgerlo a  Nurild: la sua faccia alla debole luce sembrava la maschera dello spettro dell’avidità. Non essendo possibile distinguere con chiarezza il colore dei capelli, altrimenti rosso fuoco come quelli del resto  

della sua gente, ciò che rimaneva su quel viso concupiscente erano solo forme ombrose e sinistre. Ci risiamo pensò Nurild, mentre colui che gli stava davanti increspò le labbra in una smorfia di  paura: paura che qualcuno gli sottraesse ciò che gli spettava di diritto. «L’ho adocchiato prima io,  quindi è mio!» si espresse infatti Ovlon con ostilità, sbavando al pari di un cane cui sia stato tolto  l’osso di bocca. 

Nurild non resse più, e gli vomitò addosso la propria indignazione: «Non è tuo, Ovlon! Non  appartiene né a te né a me, ma al popolo delle Rosse Chiome. Deve essere portato a corte per essere  esposto a tutti.» 

«Maledetto! Tu che lecchi i piedi del re e di tutti i nobili di Gaurtin, dimentichi il modo in cui  rischiamo la vita in questi angusti cunicoli ogni volta? Non ti soffermi mai a pensare ai giorni che  sprechiamo qua sotto senza conoscere la luce del giorno o della notte, ma solo quella di queste  dannate lanterne con il terrore che possano caderci di mano o sbattere contro le propaggini aguzze  delle pareti rocciose, per poi rimanere al buio assoluto? A noi dovrebbe spettare non solo la gloria,  ma anche un guadagno adeguato!» 

«So benissimo quali sono i nostri rischi, ma li affronto volentieri nel nome della storia, del sapere  dei nostri avi che va salvato dall’oblio del tempo! Nulla mi realizza di più di essere un tassello  fondamentale del processo di recupero delle nostre origini.» 

«Tu parli bene! La tua famiglia di bibliotecari non ti ha mai fatto mancare nulla, mentre la mia è  sempre stata a un passo dalla fame. Alla morte di mio padre io e i miei fratelli abbiamo campato  solo grazie al sudore che mia madre ogni giorno versava per noi in bottega. Quindi se cerco una  forma di merito più grande della mera gloria non mi giudicare, privilegiato che non sei altro!» 

Nurild si sentì toccato nel profondo: amico d’infanzia di Ovlon sapeva bene quale fosse stata la sua  vita. Ma ciò non giustificava la sua condotta. Eppure quando si è unito agli Esploratori con me,  anni fa, non era così… Il seme dell’avidità è stato piantato in lui alla scoperta del primo reperto. Ricordava ancora quel braccialetto di rame finemente lavorato, primo ritrovamento fatto di un  metallo prezioso dopo una serie di monili di valore monetario scarso, ma elevato dal punto di vista  storico. Non appena soppesato l’oggetto lo sguardo del giovane Ovlon aveva subìto un  cambiamento che Nurild non gli aveva mai visto, e che da allora non l’aveva mai abbondonato ad  ogni incursione in profondità. Sempre più spesso tornavano a corte con meno oggetti di quelli  ritrovati, e dopo pochi giorni Nurild aveva scoperto che Ovlon li aveva nascosti e poi venduti al  mercato nero. A causa del legame di amicizia che li legava dall’infanzia non lo aveva mai  denunciato, ma adesso c’era in ballo la Corona del re Dimezzato. Non posso lasciar correre  stavolta, devo cercare di farlo rinsavire. 

«So bene qual è stato il dolore di tua madre. Non passavo gran parte del mio tempo di ragazzo a  casa vostra, Ovlon?» 

«Sì, a scroccare i biscotti che spettavano a me…» 

«Tua madre li realizzava con farina, uova, miele e chiodi garofano.» 

«Cosa c’entra questo?» 

«Pochi ingredienti semplici, ma perfetti per ottenere quei risultati prelibati. Non è così?» «Sì, ma non vedo come questo possa…» 

«Questo dimostra» cercò di concludere Nurild espirando, «che non importa possedere molto per  essere grandi, per avere ciò ci serve davvero e che più fa bene alla nostra anima.» Ovlon sembrò impensierirsi per un attimo, apparve indeciso, ma poi i solchi ombrosi sul suo viso si  distesero mostrandolo più rilassato alla gialla luce artificiale, rinfrancato come quello di chi trovi  riposo dopo un lungo viaggio stancante.

«Hai ragione, amico mio, ti chiedo perdono per le mie parole.» 

«Non c’è niente da perdonare» gli rispose Nurild mettendogli la mano sulla spalla. «Prendila tu, io mi dedico a questo pentolame. Magari c’è qualcosa di interessante.» Detto questo  Ovlon si ritrasse dalla nicchia baluginante per ispezionare i paioli e gli altri utensili nei dintorni. Sollevato dal mutarsi della situazione, che aveva rischiato prendere una piega davvero brutta,  Nurild allungò la mano verso il reperto dorato. 

Anni e anni di ricerche non ci hanno mai portato a niente di questa portata pensò Nurild mentre avvicinava la mano titubante ma costante. Il re non crederà ai suoi occhi quando la vedrà, i  sapienti passeranno ore ad analizzare i glifi e gli intarsi dentro di essa, così piccoli ma così fitti,  chissà quali storie vi sono impresse. Per non parlare del mistero della forgia degli antichi, la cui  bravura non è mai stata raggiunta dai nostri fabbri. 

Finalmente la punta delle dita toccò la superficie d’oro: la sua freddezza prometteva a Nurild la più  grande gloria a cui un uomo come lui potesse mai aspirare. 

Fece per stringerle, quando non solo la Corona del re Dimezzato ma la nicchia, la parete e ogni  dettaglio della stanza stessa fu privato della luce. La lanterna gli cadde di mano, mentre qualcosa di  pesante gli gravò sulle spalle e percosse la cima della testa. 

«Ma cosa…?» cercò di esprimersi cercando di ignorare il dolore alla volta cranica. Perse l’equilibrio e cadde al suolo pietroso, mentre la testa fu sbattuta dentro ciò che capì essere un  contenitore metallico, spesso e pesante. Non furono tanto gli urti a lederlo, quanto il rimbombare  del suono della sua stessa testa che sbatteva, un suono come di terremoto dritto nelle orecchie. Ovlond… pensò amareggiato. Ho sbagliato a fidarmi. Che ingenuo sono stato. A conferma di ciò, in mezzo al baccano della batteria di pentole e di vasi andati in frantumi udì i  passi affrettati di colui che un tempo era stato suo amico filarsela ratto, in silenzio. Sicuramente  aveva preso la Corona, dopo aver badato bene di infilare un paiolo sulla testa del compagno.  Ripresosi dalla sorpresa Nurild si issò sui gomiti e una volta seduto tentò di levarsi il contenitore di  dosso. Ma era pesante, più di quello che immaginava, probabilmente si trattava del grande  calderone che somigliava così tanto a quello descritto nella macabra incisione. Il suono degli oggetti  rotti ebbe fine, ma seppur con la testa ancora incassata nel pentolone, che proprio non riusciva a  sollevare, in breve tempo distinse qualcos’altro nel nuovo silenzio appena generato. Un suono morbido, come dello strisciare di una spugna bagnata sulla pietra. E poi odore di morte  foglie bagnate. Inorridì, sapendo cosa ciò significasse: lumache delle ossa. 

Lumache grandi quanto mastini che si annidavano negli anfratti oscuri dei luoghi più profondi, il  loro nome portava un significato: una volta appiccicate con la loro bocca bavosa alla preda (il primo  mammifero vivente incontrato, quali topi, talpe o i loro preferiti, gli umani tanto stolti da  avventurarsi nel loro dominio) non se ne staccavano fino ad aver succhiato dalla carne ciò a cui  ambivano: le ossa, da corrodere all’interno del loro rivoltante apparato digerente. 

Le gambe di Nurild erano libere e istintivamente scalciò, ma ciò non bastò a riuscire a spostarsi o a  sollevarsi: una lumaca grossa e pesante avanzava occupando tutta la pancia del giovane fino a  raggiungerne il petto con la porzione anteriore che doveva corrispondere alla testa amorfa. Già  Nurild aveva iniziato a sentire la schifosa bava sulla pelle, segno che l’animale anomalo si stava  adoperando a rompergli i vestiti per puntare la bocca letale direttamente sullo sterno.  

L’Esploratore aveva le mani libere, ma a causa dell’ingombro della creatura non poteva nemmeno  raggiungere la cinghia sul fianco dove era assicurata la balestra, né il fodero con la spada corta alla  cinta. Pertanto tempestò il lumacone di pugni, ma pareva non sortirgli alcun effetto, se non per sé  stesso che si trovava sempre più disgustato ogni volta che la sua mano impattava e scivolava sulla  flaccidità di quella carne molle.

Morirò pensò impanicato nel buio del pentolone, prima di avvertire un forte dolore al petto, come di  piccoli aghi infilatigli nella carne e tra le ossa: l’invertebrato aveva attecchito, adesso avrebbe  succhiato fino a rimuovere lo sterno e parte delle costole. 

Angosciato sussurrò a sé stesso: «Sto per morire. Sto per vedere il baratro.» 

«E il baratro ti sta guardando a sua volta, Esploratore!» 

Se possibile Nurild sobbalzò nella fragile posizione in cui versava, udendo quella voce tanto  beffarda quanto inaspettata, chiara e forte come se a parlargli non fosse qualcuno nella stanza, ma  all’interno di quello stesso contenitore che lo imprigionava. 

Poi vide qualcosa nella tenebra: la volta interna dell’oggetto si illuminò di un’intensa luce  vermiglia. 

Il mondo girò attorno alla sua testa e la luminosità divenne una vorticante giostra di luce rossa. Ogni  pensiero di Nurild perse importanza e si dimenticò della missione, della gilda, del tradimento di  Ovlon e perfino della grossa lumaca che gli stava addosso. Ogni percezione del suo corpo perse  infatti di significato, eccetto le nuove sensazioni che parevano nascere unicamente in quella nuova  dimensione di nero e rosso in cui stava ora errando come in sogno. Vi udì un lungo lamento, la supplica di pietà di un uomo sconosciuto verso il suo aguzzino dalle unghie acuminate, cinque  artigli che si avvicinavano alla parte superiore del suo addome e vi si infilavano, bucando verso  l’alto. Avvertì lo stesso bruciante dolore del condannato, che aumentò di grado quando la mano che si infilava dentro di lui si fece strada in mezzo agli organi, tagliando e lacerando, ma non era ancora  nulla in confronto all’istante in cui si sentì afferrare il cuore. Infine, come ultimo spietato atto di  crudele scelleratezza, gli venne tirato via, strappato dalla sua sede, e tutto finì. 

«Non ti allarmare, non stai impazzendo, io esisto» si pronunciò di nuovo la voce. Nurild tornò al buio. Lo sconvolgente dolore della tortura era sparito, ma un altro, più reale ma allo  stesso modo spaventoso, aveva preso il suo posto: capì infatti con orrore che la lumaca stava ancora  sopra di lui a morderlo, alla ricerca delle ossa dei suoi desideri che finalmente l’avrebbero sfamata.  «Hai sentito uno stralcio di ciò che è stata la mia morte» proseguì l’entità misteriosa, «ma al  contrario di come potresti aver inteso, per me non è finita lì. Alla mia anima è stato precluso  l’accesso al mondo di là, pertanto esisto ancora, ma intrappolato qui, dentro alla marmitta.» L’Esploratore aveva studiato di oggetti antichi dalle presunte proprietà magiche. Anche se rari, vi resoconti di certi avventurieri che testimoniavano il loro prodigioso utilizzo. Ma mai si sarebbe  aspettato di trovarne uno durante una delle sue incursioni.  

«Avrò ancora quelle tremende visioni?!» urlò affannato, riprendendo a scalciare e a tirar pugni alla  cosa molle su di sé, invano. 

«No, ciò è durato il tempo sufficiente affinché la tua coscienza entrasse in contatto con la mia. Tu  hai sentito qualcosa di me, io qualcosa di te.» 

«Quindi sei stato tu ad aver provato una tale sofferenza?» 

«Sì. Il mio corpo è stato poi estinto dalla pira rituale, ma la mia anima è rimasta, condannata a  rimanere qui per l’eternità.» 

«Sei un ladro!» lo accusò il giovane, rammentando l’episodio raccontato dai bassorilievi. «No! Può sembrare così da ciò che è scritto sulla parete, ma le parole di un sacerdote Lunga Unghia  possono non corrispondere necessariamente al vero.» 

«Spiegati, ma fa’ in fretta, perché sto per morire!» 

«E per questo sei fortunato.» 

«Fortunato? Ma cosa stai dicendo, non vedi che…» 

«Proprio perché ti stai avvicinando tanto alla morte hai potuto scorgere la luce rossa e conversare  con me, che sono già morto.»

«Questo significa che a breve lo sarò anch’io.» 

«Non necessariamente, mio caro: io potrei suggerirti dei segreti, le mosse necessarie a cavartela da  dove ti trovi ora e a farti uscire di qui vivo.» 

«E dimmelo allora!» 

«Non così in fretta, prima ho bisogno che tu faccia un patto con me: mi permetterai di vedere e  sentire il mondo attraverso i tuoi occhi e le tue orecchie, a toccare grazie alle tue dita…» «Una possessione? Non se ne parla» rispose deciso Nurild, avendo letto spaventose storie di  possessioni dei mortali da parte di demoni e spiriti maligni. 

«No, affatto! Non potrei mai controllare il tuo corpo, ma limitarmi ad abitare dentro di te, e a  parlarti così da darti le giuste indicazioni.» 

«Ma io come faccio a…» Nurild interruppe la frase poiché la lumaca aveva preso a succhiare: un  dolore come non aveva mai provato gli infiammò il punto di attacco. 

«Ti manca poco ragazzo! Dimmi che accetti, avanti!» 

Non potendo più sopportare, Nurild non vide altre alternative: «Accetto le tue condizioni, ma per  carità dimmi che devo fare!» 

«Infila le dita sotto la lumaca, a circa una spanna inferiormente alla bocca.» 

«Ma è tutto appiccicoso lì sotto.» 

«Fallo!» 

«Va bene, che schifo… e adesso?» 

«Dovresti sentire una coppia di fossette: sono un punto delicato per le lumache delle ossa. Infilaci la  punta delle dita con forza.» 

«Qui è uno schifo tutto molle, non capisco nulla, non le trovo le tue fossette del… Eccole!» «Spingici dentro, forza!» 

Nurild fece del suo meglio per spingere in quella sostanza così ripugnante al tatto fino a quando  percepì qualcosa muoversi all’interno della materia, come uno scatto. 

Uno strillo acuto venne emesso sopra di lui, che lo raggiunse potente nonostante la copertura  metallica e la creatura squagliò via, più veloce di quanto Nurild si fosse aspettato da una lumaca.  Una volta libero dal pericolo trovò la calma di strisciare adagio sul suolo pietroso, allontanando così  prima le spalle, poi il collo i finalmente la testa dai bordi del pentolone. 

Provò un moto di gratitudine nei confronti dell’aria che stava tornando a respirare senza difficoltà,  nonostante fosse quella fredda e chiusa di una stanza sotterranea. 

Alzatosi il giovane si sgranchì le gambe e si massaggiò il collo provato. Poi andò a raccattare la  lanterna che ancora accesa e integra nella sua protezione schermabile stava gettando una mezza luce  solo sul pavimento e una parte della camera. Passò una mano al petto e si esaminò alla luce: c’era  sangue e i punti perforati gli dolevano, ma fortunatamente aveva agito in tempo per salvarsi. 

«Sono salvo.» 

«Siamo salvi» proruppe la voce nella sua testa, come se a parlare fosse un piccolo essere nascosto  tra le sue orecchie. 

Nurild sussultò: talmente euforico per essere scampato alla morte, si era quasi dimenticato del suo  nuovo ospite. 

«Non conosco neppure il tuo nome» gli disse ripresosi dalla sorpresa, sicuro che se qualcuno lo  avesse visto parlare così, da solo, lo avrebbe preso per pazzo. 

«Arlo il Fiutagrotta, ti dice nulla?» 

Nurild non credette alle proprie orecchie: «Il primo Esploratore? Colui che da solo decise per la  prima volta di scendere nelle gallerie sotto la città espugnata per riprendere ciò che era stato  rubato?»

«Proprio io, ragazzo. Capisci così perché il brutale autore delle incisioni mi definiva ladro?» Questo cambiava decisamente le cose. Nurild ammirava la figura di Arlo fin dall’infanzia, il  leggendario Esploratore che compì grandi imprese riportando alla luce alcuni dei manufatti più  importanti, prima di perdersi nell’ipogeo e non essere più ritrovato. Nurild era ancora inquietato dal  percepire una presenza dentro di sé in grado di rivolgergli parole, ma sapere che si trattasse di Arlo  il Fiutagrotta lo tranquillizzava e inorgogliva al contempo. 

«Se l’avessi saputo prima avrei accettato il tuo accordo senza fare storie.» 

«Non mi avevi chiesto il mio nome» commentò la voce con tono bonario. 

«Mi sono sempre ispirato a te, Arlo, per trovare il coraggio di perlustrare l’oscurità e di non cedere  alla paura dell’ignoto. Non posso che ringraziarti pe aver contribuito a far di me ciò che sono oggi.» «Mi lusinghi ragazzo. Ero qui per recuperare uno degli oggetti più importanti della storia del nostro  popolo: la Corona del Re Dimezzato.» 

Nurild sgranò gli occhi a tale coincidenza: «Ed era proprio in questa stanza! Ma è stata rubata da  Ovlon, il mio compagno. Ma non rimarrà Esploratore ancora a lungo» scosse il capo, amareggiato dal ricordarsi dell’infedeltà dell’amico. «Stavolta sarò costretto a denunciarlo, il crimine è troppo  grave. Il mio rammarico più grande è che la Corona sia perduta.» 

«Non necessariamente, ragazzo mio. Dimmi, pensi che questo Ovlon sia risalito dalla stessa strada tutta curve che avete percorso per scendere?» 

«Sicuramente, c’era solo quella via.» 

«E’ qui che ti sbagli!» Nurild fu sicuro di aver udito una certa ilarità in quest’ultima affermazione,  come se Arlo stesse sorridendo. «C’è una via segreta, un passaggio angusto e rettilineo che  attraversa la roccia proprio sopra di te.» 

Nurild guardò in alto. «E dove?» 

«Te lo dico io, segui le mie indicazioni. Poco più avanti da qui c’è un pertugio nella parete, dal  quale una stretta salita porta a imboccare quel passaggio. Se ti muovi in fretta puoi sorprendere il  delinquente ancor prima che raggiunga la superficie.» 

Galvanizzato dalla possibilità di recuperare l’antico artefatto, Nurild rispose con entusiasmo: «Bene  allora, fammi strada!» 

Il percorso suggerito dallo spirito di Arlo era stato angusto e per alcuni tratti Nurild aveva dovuto  strisciare come un lombrico, ma alla fine ce l’aveva fatta. Era sbucato quasi all’imbocco della prima  galleria, in un torno di tempo di gran lunga inferiore di quello che aveva impiegato nella discesa.  Era quindi sicuro che Ovlon dovesse ancora arrivare. 

Dall’uscita non molto distante non arrivava la luce del mattino che sei erano lasciati dietro  all’andata, ma già quella argentea degli astri di un cielo notturno particolarmente stellato. Nurild udì il silenzio. Si sentiva impaziente ma Arlo gli suggerì di mantenere la calma, tra poco il  rivale sarebbe giunto. Per precauzione spense il lume, per non essere notato a distanza, e attese. La sua pazienza fu premiata, poiché in breve tempo il silenzio venne interrotto da passi affrettati:  quelli di Ovlon che, giuntogli davanti, impallidì: al suo cospetto infatti vedeva una figura scura  stagliata contro il pallore del firmamento, illuminata dal bagliore della sua lucerna che gli conferiva  particolari spettrali. 

«Tu…» si espresse, perplesso, non appena riconosciuto. «Come hai fatto? Ti avevo bloccato, le  lumache stavano arrivando…» Neppure tentò di giustificarsi, il traditore: doveva essere conscio che  ciò che aveva fatto fosse inequivocabile, un’azione abietta impossibile da perdonare. Nurild allungò la mano, il palmo sollevato, fermo come un pezzo di ghiaccio.

«Dammi la Corona del Re Dimezzato. Tu non sei degno nemmeno di trasportare un simile artefatto.  Fallo ora e non ne subirai le conseguenze: ti lascerò andare e alla gilda dirò che ti sei sperduto, o  caduto tra le grinfie di un cavernicolo.» 

Ovlon posò la mano su un rigonfiamento sulla sua sacca, lì dove evidentemente era contenuta la  Corona. Una smorfia sinistra ne deturpava il volto, i denti digrignati, nei suoi occhi Nurild non  scorse traccia di un possibile pentimento testimone della loro vecchia amicizia; bensì, ciò che vi  lesse fu odio puro. 

«Non mi indurrai a lasciarmi sfuggire questa occasione: al mercato nero mi frutterà una nuova vita,  lontano da qui, lontano dagli stenti, dalla lotta per raccattare le briciole. Me ne andrò e diventerò  finalmente qualcuno.» 

«Non ti basta essere un membro di una delle gilde più rispettate tra le Rosse Chiome? Non hai  bisogno di denaro. Tu vali molto più dei gingilli che contrabbandi, Ovlon. Ricordati chi sei: un  Esploratore!» 

Se pensava di suscitare una qualche reazione contraria nel compagno, Nurild dovette ricredersi:  ormai lui non avrebbe ceduto, l’avidità ardeva furente nel suo cuore da mentecatto. «Se proprio la vuoi, Nurild, prenditela» detto questo estrasse il coltellaccio che tanto gli era stato  utile nelle occasionali zuffe con le creature del sottosuolo. Ovlon, infatti, ci sapeva fare col coltello. Da parte sua Nurild sguainò la sua spada corta, sottile e della lunghezza giusta per essere ben  maneggiata negli spazi ristretti che spesso frequentava. Anche lui se la cavava all’arma bianca, ma  sapeva di non essere abile quanto colui che gli si parava davanti. 

«Non temere» gli sussurrò la voce fievole del Fiutagrotta all’orecchio. «Fa’ quello che ti dico e non  perderai.» 

Senza attendere altro il primo passo fu compiuto proprio da Ovlon, così rapido che la sua figura  minuta e avvolta nel mantello scuro sembrava quella di un ratto in procinto di mordere. «Spostati a destra!» sibilò Arlo e Nurild ubbidì. Il braccio di Ovlon si perse accanto a lui: tale fu la  sorpresa dell’attaccante da ritrovarsi sbilanciato. 

«Fagli lo sgambetto, adesso!» Nurild allungò una gamba tra quelle dell’avversario e questi cadde  bocconi, il coltello schizzato qualche passo più in là a perdersi tra le ombre del suolo. Prima che potesse fare un’altra mossa Nurild gli piantò un piede in mezzo alle scapole e spinse per  cercare di ancorarlo a terra, poi accostò la punta dello spadino alla sua nuca e premete un poco. La lama si insinuò quel tanto che bastava per far avvertire a Ovlon il brivido del freddo acciaio. «Ho vinto io, Ovlon» proferì gelido. «Adesso giurami di non rubare mai più e potrei risparmiarti.» Non volendo far del male al coetaneo che era stato a lungo il suo più caro amico, Nurild sperava che  di fronte alla minaccia egli si ravvedesse. 

Ma anche se avrebbe potuto mentire, Ovlon era troppo esterrefatto e adirato per impegnarsi in una recita: «Mai, Nurild! Mi dà il voltastomaco vedere fino a che punto la gilda ti abbia invasato!» «Non è la gilda, questo sono io! Eppure dovresti saperlo: niente per me è più importante della  memoria storica, perché è grazie agli insegnamenti del passato che possiamo costruire la giusta  strada per il nostro futuro. Tutti gli Esploratori lo sanno, ma a quanto pare tu non hai mai voluto  imparare questa lezione, o te la sei dimenticata.» 

«Dannato!» esclamò Ovlon e senza curarsi della lama che gli tagliava la pelle si girò e fece per  afferrare Nurild per le gambe. A lui, che lo teneva in scacco, non sfuggì questa intenzione. «Che aspetti, infilzalo alla gola, ora!» bruì lo spirito. 

«No!» proruppe Nurild. «Era mio amico!» 

Se Ovlon si sorprese udendolo parlare da solo non lo diede a vedere e avvinghiatosi alle sue  ginocchia strinse e fece leva costringendolo a inciampare.

Lo spadino cadde di mano a Nurild e i due si trovarono a lottare. Dopo un paio di cazzotti ben  assestati Ovlon riuscì a fargli sputare un grumo di sangue e un paio buono di denti: sapeva come  picchiare, il meschino. 

Quindi si girò lesto alla ricerca del coltello. 

«Estrai la balestra» gli ordinò Arlo, «o ti ammazzerà. O lui o te, ragazzo!» 

Col sapore di sangue in bocca Nurild capì ormai in cuor suo che l’amico di un tempo era perduto  per sempre, e che senza difendersi non ne sarebbe uscito vivo. Stavolta diede perciò ascolto allo  spirito e allungata la mano al supporto in cuoio sul fianco, sotto la falda del mantello, impugnò la  piccola balestra e rapido come solo lui sapeva incoccò il corto quadrello. Ovlon sopraggiunse su di  lui armato di coltello, la cui lama scintillava al basso bagliore della lanterna precipitata a terra, ma  accortosi del gesto dell’avversario si bloccò un momento. Poi, ritenendo che Nurild non avrebbe  avuto il coraggio di ucciderlo, calò l’arma. 

«Fallo, fallo per la Corona! Il suo destino dipende da te!» tuonò la voce morta dentro l’Esploratore. Assimilando tale verità egli non poté che dare ascolto al suo defunto consigliere. Senza esitare premette il grilletto. 

Il gorgoglio proveniva dalla gola di Ovlon, dove il quadrello ficcato dritto come l’asta di una  bandiera sulla terra di conquista si macchiava sempre più delle gocce di sangue che zampillavano  dalla ferita; una macchia si allargava, bavaglio scarlatto sotto il suo mento. 

Tale suono emesso dal vecchio amico era insopportabile da udire per Nurild, più di qualsiasi parola  d’offesa o di tradimento che gli fosse uscita nei momenti precedenti. 

Il giovane si avvicinò alla sacca di Ovlon, cercando di non guardarlo in quegli occhi che si stavano  andando a spegnere, di non prestare ascolto a quel terribile rumore di morte. Frugò nella sacca e  finalmente la trovò: soppesò la Corona del Re Dimezzato, importante per lui quanto una rarissima reliquia per un chierico, e dopo averla a lungo contemplata in venerazione la ripose nella propria  borsa. 

«Mi spiace che sia andata così, Ovlon» disse sperando che il moribondo potesse ancora udirlo con  chiarezza, mentre ogni parola gli usciva dolorosa dalle labbra tumefatte. «Ti ho sempre voluto bene,  ma la salvaguardia dell’antico sapere del nostro popolo è per me vale più di qualsiasi altra cosa.» Detto questo si avviò oltre l’uscita e una volta fuori dalla galleria si abbeverò della freschezza  dell’aria notturna, mentre il vento carezzava le alte fronde degli alberi che si piegavano mansuete al  suo tocco. 

Non era ora il momento di tornare indietro a recuperare le Gemme degli Aruspici: la Corona del Re  Dimezzato doveva essere immantinente riportata a corte, il resto passava in secondo piano. Fece per  imboccare il sentiero che lo avrebbe riportato al gran palazzo di Gaurtin, quando una sensazione di  titubanza lo costrinse a fermarsi. 

L’idea di intraprendere il sentiero lo riempiva di disagio. Ma perché? 

«Arlo» si rivolse alla propria guida, non avendo altri a cui chiedere, «come mai non riesco ad  andare da quella parte?» 

«Non riesci?» 

«No. Io voglio andarci, ma è come se il mio corpo me lo impedisse, mandandomi tutti i segnali per  dirmi che quella non è più la mia strada.» 

«Oh, ma è semplice. E’ perché io non voglio che tu ci vada.» 

Forse non ho capito bene pensò Nurild. 

Di colpo si sentì spossato come se non avesse dormito per due giorni di fila e si portò le mani agli  occhi per stropicciarli; dopotutto, poteva darsi davvero che fosse oltremodo provato dagli eventi. 

Ma la faccia gli andava a fuoco, e addosso avvertì invece brividi di freddo. Iniziò a massaggiarsi le  palpebre, poi le braccia ricaddero pesantemente ai suoi fianchi. 

Ma quest’ultimo movimento era stato involontario, lui non aveva avuto intenzione di farlo. «Che mi succede, Arlo?» 

«C’è una cosa che non ti ho detto, ragazzo» rispose l’entità, mentre entrambe le mani di Nurild si  posavano sulla Corona nella sacca e la accarezzavano come si fa col gioiello appartenuto all’amante perduto da tempo. «Io sono stato torturato e ucciso dal sacerdote delle Lunghe Unghie, è vero. Ma  

non nel tentativo di recuperare la Corona per riportarla al popolo. Bensì, la volevo tutta per me…» Il terrore di Nurild per non aver il pieno controllo del proprio corpo era pari al suo sbigottimento.  «Ma è risaputo che Arlo il Fiutagrotta sia il più famoso Esploratore, il primo che ha sfidato il buio  per riportare la maestria delle Rosse Chiome ai fasti di un tempo. Non puoi esserti comportato  così!» 

«Tutto vero ragazzo, tranne per una cosa: io non sono lui. Anzi, non sapevo neppure chi fosse,  prima che tu guardassi sul fondo del pentolone e mi permettessi così di sbirciare nella tua testa.» Un’ansia viscerale morse l’Esploratore nel basso ventre e lo fece sentire di colpo più debole di  quanto già non fosse: «Ma allora chi sei?» riuscì ad articolare a stento. 

«Oh, un ladro come tanti. Non ha importanza il mio nome. Quel che conta è che per cent’anni sono  stato prigioniero in quel calderone con nient’altro che i dolorosi ricordi della mia morte a tenermi  compagnia, ma grazie a te adesso possiedo il più prezioso artefatto della storia di Gaurtin, tutto per  me. L’attesa è stata ben ricompensata, devo dire.» 

Nurild tentò di opporsi, ma le sue gambe ormai non obbedivano più alla sua volontà. Si muovevano  per un’altra direzione, forse volevano attraversare il bosco verso sud, allontanandosi dai monti. Da  lì c’erano le strade per diversi altri insediamenti e città. Indubbiamente lo spirito che albergava nel  corpo di Nurild, chiunque fosse, aveva appreso dalla sua mente le informazioni necessarie: sapeva  adesso dove dirigersi per cercare contatti tra il mercato nero, la cui ubicazione era nota  all’Esploratore proprio per tenersene alla larga. 

«Ma avevi detto che non avresti preso il controllo del mio corpo! Non doveva trattarsi di una  possessione.» 

«Oh, ragazzo, possibile che tu non abbia ancora capito? Ti ho mentito. Non sono nient’altro che un  ladro: infido, bugiardo e, tra non molto, vergognosamente ricco. Mi ci è voluto del tempo per  intromettermi a dovere dentro di te, per familiarizzare con ogni tua propaggine. Dato che tu sei  ancora vivo, a differenza di me, non puoi lottare per riprendere possesso delle tue membra, poiché  la mia anima è ormai più forte di quella di qualsiasi mortale, avendo passato l’ultimo secolo  nell’inferno personale a cui sono stato condannato. Ma non preoccuparti, rimarrai per sempre in  questa testa a godere dei miei successi. Vedrai, ascolterai, toccherai, annuserai e gusterai. Ma si fa  quello che voglio io. Il mondo conoscerà un nuovo scaltro Nurild. Dimentica la gloria, ragazzo:  d’ora in poi, si guadagna!» Ho sbagliato a fidarmi. Che ingenuo sono stato pensò Nurild per la seconda volta durante quella  fatidica giornata, mentre si sottometteva alla disperazione che al pari dello spirito del furfante morto si stava impadronendo di lui.

Un pensiero riguardo ““Hai guardato sul fondo del pentolone” di Emanuele Zammarchi

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