Parlare oggi di J.R.R. Tolkien e della guerra significa sottrarlo a due stereotipi opposti ma ugualmente riduttivi: quello dell’accademico appartato, immerso nelle biblioteche di Oxford, e quello dello scrittore “escapista” che avrebbe reagito alla brutalità del secolo rifugiandosi nella fantasia. La verità, documentata dalle migliori biografie e dagli studi storici più accreditati, è più scomoda e più interessante: la Terra di Mezzo nacque nel fango.
Nel luglio del 1916 Tolkien, ventiquattrenne sottotenente dell’11° Lancashire Fusiliers, fresco di laurea e di matrimonio, venne inviato sul fronte della Somme. Era addetto alle comunicazioni, un incarico tecnico e pericoloso che lo esponeva continuamente al fuoco nemico. Con lui c’erano quattro compagni del suo circolo universitario, il TCBS (Tea Club and Barrovian Society), giovani convinti di essere destinati a “cambiare il mondo” con l’arte e il pensiero. Ne sarebbero tornati vivi solo in due.
La battaglia della Somme rappresentò l’apice dell’industrializzazione della morte: nella sola prima giornata l’esercito britannico perse oltre 19.000 uomini. Tolkien attraversò luoghi che oggi sono toponimi nei manuali – Thiepval, la Ridotta di Schwaben, la trincea Regina – ma che allora erano sinonimo di corpi inghiottiti dal fango, di odore di decomposizione, di artiglieria incessante. Non era un uomo incline al comando, e lo ammise senza ambiguità: anni dopo scrisse che fare l’ufficiale era “il lavoro più improprio per qualsiasi uomo”, adatto forse a uno su un milione. Provava empatia profonda per i soldati semplici che comandava, uomini della classe operaia con cui sentiva un legame umano autentico, ma che il rigido protocollo militare gli impediva di trattare da pari.
È qui che nasce una delle rivoluzioni silenziose della sua opera. Tolkien smonta l’eroismo tradizionale dall’interno. I suoi eroi non saranno re impeccabili o generali infallibili, ma persone comuni chiamate a resistere oltre le proprie forze. Non è un caso che la “fanteria” morale della Terra di Mezzo sia composta dagli Hobbit. Frodo e Sam non combattono per gloria, ma perché la loro Contea – quella terra pacifica e domestica che tutti sognavano di rivedere – altrimenti scomparirà.
In trincea, sotto tende di fortuna e alla luce tremolante delle lampade da campo, Tolkien iniziò a elaborare i primi nuclei della sua mitologia: la cosmogonia del Silmarillion, le lingue elfiche, i racconti che confluiranno nel Libro dei Racconti Perduti. Mentre intorno a lui mitragliatrici e granate falciavano vite, perfezionava declinazioni e grammatiche, creando bellezza dove regnava l’orrore. Non era un’evasione, ma una forma di resistenza intellettuale. Emblematico l’episodio di un soldato che, durante una lezione militare in una tenda maleodorante, mormorò: «Credo che esprimerò l’accusativo con un prefisso». Anche nell’inferno, la mente cercava ordine.
Nell’ottobre del 1916 Tolkien fu colpito dalla febbre da trincea, trasmessa dai pidocchi, e rimpatriato come invalido di guerra. Quella diagnosi gli salvò la vita. Molti dei suoi commilitoni, inclusi due dei suoi amici più cari del TCBS – Robert Gilson e Geoffrey Smith – non tornarono mai. «A quei tempi i ragazzi venivano spazzati via a decine al minuto», ricordò. La perdita di quell’intera generazione imprime alla sua opera una malinconia profonda: la consapevolezza che anche dopo la vittoria il mondo non sarà più lo stesso.
Durante la convalescenza, in un cottage nello Staffordshire, Tolkien iniziò a scrivere La Caduta di Gondolin. Le città assediate, la distruzione totale, l’eroismo disperato non sono astrazioni: sono cicatrici narrative. Eppure Tolkien rifiutò sempre l’allegoria diretta. Detestava l’idea che le sue storie fossero decifrabili come un codice politico. Preferiva parlare di “applicabilità”: il lettore è libero di riconoscere ciò che la storia gli permette di riconoscere.
Questo non significa che l’influenza della guerra sia vaga o simbolica. Le Paludi Morte, con i volti dei caduti che affiorano dall’acqua stagnante, sono una trasfigurazione evidente della terra di nessuno dopo le piogge sulla Somme. Il Morannon e i campi desolati di Mordor ricordano una natura annientata dalla macchina bellica, una campagna resa lunare dall’industria della guerra. Ma Tolkien va oltre la semplice trasposizione dell’orrore: come ha mostrato John Garth nel suo studio ormai definitivo, i suoi miti restituiscono ai soldati una complessità morale. Non solo vittime passive, ma uomini reali: terrorizzati, talvolta codardi o brutali, eppure capaci di amicizia e di atti di coraggio inatteso.
Samwise Gamgee, in particolare, è il riflesso diretto dei batmen, gli attendenti degli ufficiali: soldati semplici, spesso poco istruiti, ma dotati di una lealtà e di una forza morale che Tolkien riconobbe come “di gran lunga superiori” alla propria. Nella scena in cui Sam osserva un nemico morente e si chiede chi fosse, da dove venisse, se non fosse stato ingannato per marciare lontano da casa, emerge la sua visione definitiva della guerra: l’annullamento dell’altro è sempre una menzogna necessaria alla violenza.
La guerra, per Tolkien, è uno spreco non solo materiale ma morale e spirituale. Lo scrisse già durante l’addestramento. Eppure non scivola mai nel nichilismo che segna tanta letteratura postbellica. Al contrario, dalla distruzione fa emergere l’Estel, la speranza: fragile, non trionfale, ma ostinata. Frodo, alla fine del viaggio, è un veterano che non riesce più a godere della pace che ha salvato per gli altri. È una delle più lucide rappresentazioni letterarie del trauma di guerra mai scritte, proprio perché non usa il linguaggio clinico, ma quello del mito.
Rileggere Tolkien oggi significa dunque fare i conti con un paradosso fecondo. La guerra tentò di spezzare la sua generazione e di annientare la sua immaginazione. Finì invece per fornirgli il crogiolo in cui trasformare l’orrore in epica, la perdita in memoria, il dolore in una forma di verità narrativa. Le sue storie continuano a parlarci perché non promettono vittorie facili, ma ricordano che anche le persone più piccole possono resistere alla disperazione. E che, a volte, questa è l’unica vittoria che conta.
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