Streghe, boschi e leggende: il folklore italiano nel fantasy di oggi

Per molto tempo, quando si parlava di fantasy, l’immaginazione del lettore italiano prendeva quasi automaticamente la via del Nord: brughiere nebbiose, castelli gotici, foreste archetipiche, stirpi regali, pantheon pseudo-celtici, elfi e creature filtrate soprattutto dalla grande tradizione anglofona. Non c’è nulla di male, naturalmente: quel patrimonio letterario resta immenso. Il punto è un altro. Per decenni il fantasy scritto e letto in Italia ha spesso guardato altrove anche quando avrebbe potuto guardare sotto i propri piedi. Eppure oggi qualcosa sta cambiando: il fantastico italiano sta tornando a interrogare i propri luoghi, le proprie ombre, le proprie leggende, e proprio in questo ritorno alle radici può trovare la sua voce più originale. Non è un’impressione vaga: nel dibattito recente sul fantastico italiano si è sottolineato sia il peso del confronto con la tradizione anglosassone, sia il fatto che proprio il folklore nostrano può dare al fantasy italiano una fisionomia distinta, riconoscibile e perfino esportabile.

La prima cosa da capire è che il folklore italiano non è un repertorio pittoresco da saccheggiare in cerca di “mostri carini” o di curiosità regionali. In senso proprio, il folclore comprende miti, leggende, racconti, superstizioni, pratiche, riti, saperi, forme di oralità e culture locali; è, cioè, una trama di immaginari e di comportamenti trasmessi nel tempo. Treccani ricorda che questi ambiti appartengono a una vasta costellazione di tradizioni popolari e culture locali, mentre la fiaba, in particolare, nasce come racconto di fonte e tradizione orale in cui domina il meraviglioso. Per questo, più che di un unico “folklore italiano”, sarebbe quasi più corretto parlare di una pluralità di tradizioni: un mosaico di microcosmi culturali, legati a territori, dialetti, economie, paesaggi e memorie differenti.

Ed è proprio qui che il materiale italiano diventa narrativamente formidabile. L’Italia non possiede una sola mitologia fondativa nazionale: possiede un arcipelago di immaginari. Ogni regione, spesso ogni valle, ogni crinale appenninico, ogni borgo arroccato conserva il proprio genius loci. A questa frammentazione si aggiunge una stratificazione storica eccezionale: il mondo pre-romano, la romanità, la lunga durata del cristianesimo, gli apporti greci nel Sud, le presenze germaniche e alpine, le sedimentazioni mediterranee. Nel nostro folklore, il passato non scompare mai del tutto: resta incorporato nei nomi dei luoghi, nei riti, nelle paure, nei racconti, nelle figure liminali che abitano la memoria collettiva. È una profondità temporale che molti fantasy costruiscono artificialmente; il folklore italiano, invece, la possiede già.

Questa ricchezza non nasce dal nulla. La letteratura italiana dispone di una genealogia fortissima, spesso dimenticata nel discorso corrente sul fantasy. Giambattista Basile, con Lo cunto de li cunti, pubblicato tra il 1634 e il 1636, porta in forma letteraria fiabe di origine popolare in dialetto napoletano; Treccani ricorda anche che la notorietà europea del Cunto si rafforzò nell’Ottocento, quando i fratelli Grimm gli riconobbero grande importanza. Più tardi Giuseppe Pitrè, considerato da Treccani il fondatore della scienza folkloristica in Italia, diede metodo e ordine alla raccolta delle tradizioni popolari. E nel Novecento Calvino, con le Fiabe italiane, offrì una sintesi letteraria ancora decisiva di questo patrimonio diffuso. In altre parole, il folklore italiano non è un’invenzione recente del marketing editoriale: è una lunga tradizione di trasmissione, raccolta, studio e riscrittura.

C’è poi un altro punto essenziale: il folklore italiano non è affatto materia morta, da museo polveroso. L’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale conserva un archivio sonoro di circa 2.700 supporti relativi alla cultura orale ed etnomusicale, con documenti su ritualità festive, pratiche magico-religiose, narrativa di tradizione orale, etnobotanica, teatro popolare e condizioni di vita delle comunità. Allo stesso modo, il progetto espositivo e editoriale Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana, promosso dal Museo delle Civiltà, insiste sulla vitalità e sull’attualità dei saperi tradizionali, presentati non come residui di un passato chiuso, ma come patrimonio vivo e trasformabile. Per chi scrive fantasy, questo significa una cosa precisa: non si attinge a un deposito fossilizzato, ma a un immaginario ancora capace di parlare al presente.

È qui che il folklore si rivela davvero utile alla narrativa fantastica contemporanea. Non offre soltanto figure soprannaturali: offre logiche simboliche, geografie emotive, modi di percepire il confine tra umano e non umano. Pensiamo alle Janare del Sannio, studiate anche in chiave antropologica dal museo Janua di Benevento; ai benandanti friulani, che Carlo Ginzburg ha riportato al centro degli studi come figure nate “con la camicia” e chiamate a proteggere il raccolto; alle domus de janas sarde, letteralmente “case delle fate”, che la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO descrive come sepolture e necropoli preistoriche profondamente legate alle credenze spirituali delle comunità; alle anguane e agli uomini selvatici delle leggende alpine, ancora oggi presentati dal Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina come protagonisti dell’immaginario popolare. In tutti questi casi non abbiamo semplicemente una “creatura”: abbiamo un’intera cosmologia locale.

Da qui deriva anche la forza atmosferica del fantasy che si nutre di folklore italiano. Le nostre storie non devono per forza svolgersi in un altrove genericamente medievale: possono nascere in paesi verticali di pietra, in boschi appenninici, su altipiani battuti dal vento, nella macchia mediterranea, lungo coste dove il sacro e il profano convivono, o in montagne che non sono semplice sfondo ma soglia. Luoghi come Triora — dove il Museo Etnografico e della Stregoneria intreccia memoria storica, civiltà contadina e immaginario popolare — mostrano quanto il territorio italiano sia già narrativamente carico. E anche il Sacro Bosco di Bomarzo, con il suo universo di mostri e statue enigmatiche, conferma quanto il nostro paesaggio culturale sia naturalmente predisposto al meraviglioso e al perturbante. Il mistero, insomma, non sta solo nei mondi inventati: può annidarsi nel borgo dietro casa.

Questo movimento di riscoperta è visibile anche nel panorama contemporaneo. Francesco Dimitri, autore italiano che ha pubblicato in italiano e in inglese, ha dato con The Book of Hidden Things / Il libro delle cose nascoste un esempio molto persuasivo di fantastico radicato nel Sud Italia: Google Libri lo presenta come un fantasy intriso di nostalgia, folklore, religione e paesaggio dell’Italia meridionale, mentre l’edizione italiana insiste sul Salento come sfondo di ombre e mistero. Sul fronte editoriale, Acheron dichiara apertamente di essere un editore indipendente specializzato in narrativa fantastica ad ambientazione italiana e in giochi di ruolo; il suo Brancalonia si definisce esplicitamente fondato su tradizione, folklore, storia, paesaggi, letteratura e cultura popolare italiana, e ha ottenuto riconoscimenti internazionali agli ENNIE Awards. Anche progetti come Zappa e Spada mostrano come il cosiddetto “spaghetti fantasy” possa diventare una formula identitaria invece che una battuta. Accanto ad Acheron, editori come Zona 42 e Moscabianca tengono aperto uno spazio più largo per il fantastico d’autore, l’horror e il weird; non a caso Treccani, nel suo recente osservatorio sul new Italian weird, cita Acheron e Moscabianca tra gli editori minori che hanno pubblicato tra il 2019 e il 2025 testi legati anche alla ripresa di figure mostruose di tradizione mitologica e folclorica.

C’è poi una ragione ulteriore per cui questo tema oggi funziona così bene: il folklore italiano è potentemente visivo e si presta in modo naturale a una narrazione transmediale. Al Lucca Comics & Games 2023, in un panel dedicato proprio a folklore italiano e luoghi del fantastico, si è osservato che internet può agire come acceleratore del folklore, sostituendo alla trasmissione verticale una diffusione orizzontale, amplificata, potenzialmente senza confini geografici o linguistici. È un’intuizione importante. Le storie che un tempo passavano dal focolare ai racconti di famiglia oggi possono riapparire in forme nuove: post sulle creature regionali, mappe narrative dei luoghi del mistero, reel sui riti apotropaici, consigli di lettura, giochi, podcast, videoessay. Il folklore non smette di essere orale solo perché entra nei pixel: cambia canale, non natura.

Ecco perché il lettore contemporaneo può sentirsi così attratto da questo tipo di fantastico. Dopo anni di mondi spesso impeccabili ma interscambiabili, il folklore italiano restituisce densità, riconoscibilità, attrito, memoria. Offre storie meno derivative non perché rifiutino il fantasy internazionale, ma perché smettono di imitarlo servilmente. Per un lettore italiano c’è il piacere del riconoscimento: quel bosco, quel monte, quella superstizione, quel vicolo, quella paura infantile appartengono a un orizzonte emotivo familiare. Per un lettore straniero c’è invece il fascino di un immaginario non standardizzato, profondamente locale ma non per questo chiuso: al contrario, proprio perché radicato, può risultare nuovo e universalmente suggestivo. È la lezione che emerge anche dal dibattito recente sul fantastico italiano: il folklore può dare unicità, differenza e ampiezza di pubblico, senza rinunciare alla forza archetipica del meraviglioso.

In fondo, il punto è semplice. Il fantasy italiano non ha bisogno di inventarsi da zero una propria mitologia: ce l’ha già, disseminata tra montagne, coste, necropoli, borghi, processioni, formule di scongiuro, leggende d’acqua, racconti di streghe e spiriti del bosco. Deve solo tornare a prenderla sul serio. Non come nostalgia, non come colore locale, ma come materia viva per costruire mondi narrativi finalmente meno imitativi e più necessari. Tornare al folklore, per il fantasy italiano, non significa chiudersi in casa. Significa, al contrario, tornare a casa per poter andare più lontano.

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