Finalmente ho l’opportunità di intervistare Giulia Cantieri, la prima persona che ha iniziato ad appoggiarmi nel percorso con il blog. Di recente ha pubblicato il suo primo romanzo, di cui ho fatto una recensione. Ci vuoi parlare un po’ di te e del tuo rapporto con la scrittura?
Saluto tutti i lettori!
In realtà di me non so bene che dire, già mi hai introdotto come Giulia, una persona che scrive e conosce il tuo blog, non sono molto altro. Ho 21 anni, vado all’università, lavoro nell’agenzia di wine tours di mio padre e sono costantemente circondata da libri, quadernini e draghi. Una volta, al liceo, disegnavo e dipingevo, ora uso solo la penna. Grazie a questa, negli ultimi anni, ho pubblicato due libri con piccole case editrici. Di più non posso presentarvi e penso che altre informazioni sarebbero solo noiose.
A proposito del mio rapporto con la scrittura vi devo confessare che al momento siamo in una fase di baruffe e litigi. La nostra è una relazione che cambia nel tempo: se all’inizio, quando ci eravamo appena conosciute, non facevamo altro che aprirci l’una all’altra, scoprendo e riscoprendoci a nostra volta, ora non siamo più d’accordo su come e cosa comunicare. Penso sia un ostacolo dal quale si può emergere, qualcosa che, prima o poi, una qualsiasi coppia dovrà affrontare, ma è difficile.
“Chi racconta la storia? Qual è il narratore? Questa focalizzazione va bene? Qual è il fine? …” ci interroghiamo di continuo su ciò che dovremmo essere. Penso dipenda dal fatto che ormai la nostra relazione non è più privata: non si tratta di diari segreti, “racconti-sfogo” o temi scolastici, ma di veri libri pubblicati. Una volta che ti mostri alle persone è sempre difficile compiere i primi passi. Un po’ per vergogna, un po’ per codardia e un po’ per inesperienza, agirai con incertezza e il minimo errore è fonte di profondo sconforto.
Ma, ripeto, è normale. Non penso che la nostra crisi arriverà a un punto di rottura, ci vogliamo troppo bene. Si tratta di una fase che sottolinea la messa in atto di un’evoluzione, qualcosa che ci permetterà, in futuro, di sposarci al meglio.
All’università stai studiando lettere. Quanto ha influenzato il tuo percorso di studi nella scrittura? Cosa vorresti dire a tutte quelle persone che pensano che per scrivere si debba seguire il tuo stesso percorso di studi o che voi siete quelli che “leggono e basta”?
Di certo moltissimo, ho cominciato a lavorare seriamente sulla scrittura solo in questi ultimi anni. Ho conosciuto professori che con le parole ci lavorano ogni giorno e che tutt’ora mi offrono il loro supporto, mi consigliano e aiutano a migliorare. Inoltre molti degli argomenti di studio sono un ottimo spunto per racconti o riflessioni da tradurre in scrittura.
Ma, più che la facoltà di lettere, direi che mi ha influenzato l’università in sé. Tutti quei miti che descrivono tale indirizzo di studi come “la strada che bisogna fare per diventare scrittori”, sono una bufala. Qualsiasi facoltà ti permette di dedicarti alla cultura, ampliare il tuo raggio di conoscenze e parlare con professionisti che contribuiranno all’evoluzione della tua scrittura e non solo. È il classico momento di passaggio, dove si sperimenta un nuovo mondo. Nel mio caso lo si nota chiaramente: dal primo al secondo libro c’è un abisso e soprattutto dagli ultimi racconti che sto scrivendo (che, piccola nota, si possono trovare su questo blog).
Lettere non è diversa dalle altre, non ha corsi sulla scrittura creativa, sulla narratologia, tutorial su come scrivere un romanzo, su come pubblicarlo, lezioni sulle migliori case editrici, appoggi nel mondo dell’editoria… lettere, per dirla in soldoni, è un indirizzo dove si studia letteratura e, ahimè, latino. Di certo si legge tanto, ma non “si legge e basta” (magari), proprio come succede a filosofia o beni culturali.
È il clima universitario e l’introduzione di un individuo in un nuovo sistema che fa scattare l’interruttore: una volta varcato l’accesso di questo universo non potrà fare altro che imparare a vivere una nuova fase della sua vita, con più informazioni e autonomia rispetto alla precedente. Un universo che predilige lo studio e l’impiego della mente, che esercita i neuroni a lavorare. Un universo che può influenzare la scrittura come molte altre passioni. Un universo come lo può essere una nuova scuola, una nuova casa, un nuovo posto, un’esperienza nuova, un viaggio…
L’università è un grande passo per maturare, qualsiasi sia l’età dello studente e qualsiasi sia il campo in cui vuole crescere.
Come è nato Incantesimo? C’è qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato nella sua realizzazione?
Adoro raccontare questo aneddoto: Incantesimo nasce “in una notte buia e tempestosa”, quando, preda di ansie e crisi di pianto, la mia mente ha prodotto un racconto, dal titolo “L’incantesimo della strega cattiva”, che sapeva di tutto il marasma che mi si agitava dentro. Al tempo ero in contatto con la professoressa che mi aveva aiutato nella stesura e pubblicazione del primo libro, per cui, mossa da orgoglio esorbitante, ho inviato a lei quel miserissimo brano. Inutile dire che la sua risposta è stata: “non si capisce nulla”.
Ma questo non mi ha fermato, anzi, è stata come la molla che mi ha spinto a lavorarci per bene. Dopo quello che avevo provato nello scrivere, mi sembrava brutto abbandonarlo per sempre ai file dimenticati del mio computer. Poi ci intravedevo del buono, qualche piccola idea che baluginava in quel caotico intrigo di linee d’inchiostro, quindi ho deciso di provare. Da racconto di una facciata, lo è diventato di due, poi tre, poi sono arrivata a una decima, ho iniziato a dividerlo in paragrafi e infine in capitoli, trentadue se non sbaglio.
Incantesimo è nato dalla confusione, è ispirato a quel brevissimo momento al buio, in camera da letto, con la sola luce dello schermo acceso. Quel momento in cui ho riesumato vecchi demoni e mi sono tornati alla mente i drammi di una vita passata che si mischiavano e fondevano con quelli nuovi della presente. Nelle sue pagine si sente, tutti i difetti che ha, sono un eredità del parto. Ma è proprio nella confusione che sono nati piccoli diamanti grezzi, senza di lei non ci sarebbero soluzioni che, modestamente, trovo molto buone e ben elaborate.
In Incantesimo troverete tutto ciò che sono stata nel primo momento in cui ho deciso di scrivere una storia. È un libro che fa del caos il suo vanto.
Hai avuto difficoltà nella caratterizzazione delle due protagoniste? Com’è nata la scelta dei nomi, vista la ripresa di due culture diverse?
Con questa domanda hai aperto un mondo. Cercherò di essere sintetica, perché nella mia cameretta ho un quadernetto pieno di schemi e descrizioni sui numerosissimi simboli di Incantesimo, in cui i nomi occupano una parte importante.
Ovviamente la caratterizzazione è venuta prima. Sapevo chi doveva essere debole, ingenua, ma coraggiosa e decisa, e chi invece era potente e austera, ma testarda e immatura. Le due protagoniste pronunciavano già le prime parole, però bisognava definire i bordi delle loro sagome, e il nome è ciò che identifica con chiarezza le cose. Da amante della mitologia greca, non ho potuto fare a meno di lasciarmi ispirare, volevo che nel mio libro ci fosse qualcosa che la suggerisse. Nerea non mi ha fatto aspettare: in testa avevo il mito di Orfeo e della sua fine, in cui sono coinvolte un particolare tipo di ninfe. Da nereidi a Nereo non ci è voluto molto ingegno, e volgerlo al femminile è stato scontato: un nome che deriva dal dio dei fiumi, il cui significato è “grande nuotatore”, una divinità minore, padre delle nereidi, con il potere di cambiare forma a piacimento, come l’acqua. La principessa ha paura, è giovane e indifesa, ma fa di tutto per restare in vita, per adattarsi ai cambiamenti che le capitano davanti, per quanto catastrofici. È resiliente e viaggia, non si rifiuta di navigare in acque più scure di quelle a cui è abituata, pur avendone timore. Riese a stare calma e a farsi guidare fuori dalle tempeste.
Il caso della regina ha richiesto più tempo alle mie ricerche. Non trovavo nella mitologia greca una figura che si adattasse a lei, fino a che, frugando tra i nomi di divinità minorissime, non è saltato fuori il nome di Iside, una delle principali dee della mitologia egizia, trapiantata, in piccola parte e in coppia con Serapide, anche in quella dei greci. Immagino che la sua figura si conosca molto meglio rispetto a quella di Nereo, per cui non mi soffermerò molto: dea della magia (esperta in incantesimi di guarigione), del trono (di cui è pure personificazione) e della maternità, sposa e sorella di Osiride, figlia della notte e della terra. Ciò che magari è meno risaputo, è il rapporto che i Testi delle Piramidi testimoniano tra lei e Spodet, dea legata alla crescita delle piante e alle inondazioni, che rappresenta la stella Sirio della costellazione del Cane Maggiore. Presso i greci le vengono attribuite ulteriori caratteristiche, come i suoi poteri legati al controllo della luna (dovuto a un’interpretazione errata del suo geroglifico, che la raffigura con la sfera solare sul capo), del sole e dell’intero cosmo, oltre quello di provocare piogge e tempeste, che l’ha resa protettrice delle navi.
Non serve fare un parallelo con la mia regina, grazie a questa parentesi mitologica avete tutto su di lei, non rimane che andarla a trovare in Incantesimo.
Ti rispecchi più in Iside o Nera?
Mi piace pensare a loro due come la stessa persona che in un caso è detentrice di molto potere, nell’altro è rimasta fedele alla sua umanità. Nerea è la Iside senza magia, che ha dovuto imparare a essere forte per scappare dal buio con le sue stesse gambe. Iside è la Nerea incantatrice, che non è riuscita a fuggire dal bosco, perché l’ha reso parte del su inscalfibile scudo. Per questo motivo mi rispecchio molto in entrambe. Però dovrei ammettere che la regina si accompagna a una Giulia più giovane e immatura (per questo la presenza di magia nella sua caratterizzazione) e la principessa, invece, a una Giulia più recente, quasi in linea con il mio oggi (per questo priva di ossessioni ma piena di dubbi). Iside è una potenzialità, ciò che da bambina avrei tanto voluto essere e che credevo sarei stata. Nerea è il potenziale, la vera forza che nasce dai drammi e le insicurezze che rischiano, se non addomesticati, di tormentarci per sempre.
Il luogo in cui vive Iside è un po’ insolito per essere l’abitazione di una regina. La tua scelta ha un significato specifico?
Prima vi ho dimostrato il mio amore per la mitologia, ora mi tocca svelare quello per il medioevo. In realtà tutta la trama di “Incantesimo” è giocata su fiabe o snodi di trama medievaleggianti. Il caso di greci ed egizi è solamente un’appendice, nonostante il suo studio parsimonioso faccia intendere altro.
Comunque, tornando alla domanda, ho voluto un castello per Iside, perché, prima di tutto, una regina non è tale senza quello e una corona. Il fatto che sia particolare? Beh, forse questo è dovuto al fatto che non si tratta solo di un castello. Non so quanto posso descrivere senza cadere nello spoiler, quindi parto con qualcosa di generale, che riguarda una delle principali tematiche di tutto il libro: la libera interpretazione. Un luogo come questo è un topos letterario, un classico in fantasy e fiabe, dalla tradizione millenaria. Questo lo rende talmente pregno di significato e significati che ognuno di noi può decidere come interpretarlo. Il concetto che Incantesimo con il palazzo di Iside, come con la foresta nera, con la carrozza trainata da fieri destrieri e altro, voleva esprimere, è proprio questo, il fatto che ogni lettore possa leggerci dentro ciò che vuole, come se ogni immagine che la mia storia vi propone, fosse un foglio bianco su cui poter scrivere qualunque qualcosa.
Entrando nel particolare, proprio il castello si fa carico di un altro compito, più gravoso e ambiguo: quello di essere immagine della sua padrona. Nel costruirlo l’ho trattato quasi fosse un terzo personaggio, ma non voglio guastarvi la lettura e la scoperta di tutti questi dettagli, quindi mi fermerò qui. Però state attenti: ogni piccola goccia d’inchiostro nasconde un mondo dietro la carta.
Sei molto presente sui social: qual è il tuo rapporto con questi? Quanto ha influenzato nella sponsorizzazione del tuo libro?
Li odio, non vorrei essere costretta a lavorarci tutto questo tempo. Perché, per chi come me vuole scrivere, fare musica, arte o ha uno small business, quello dei social è lavoro extra. Sono necessari se si vuole dare un buon impulso al passa parola, per crearsi un piccolo seguito, un pubblico che, si spera, cresca con il passare del tempo, incoraggiato da contenuti costanti, pubblicati sulle piattaforme con regolarità.
Devo ammettere che, nel mio caso, non era strettamente necessario seguire questo metodo: se si vuole scrivere e pubblicare buoni libri, la “fama”, prima o poi, viene da sé, basta lavorarci per meritarla. Purtroppo me ne sono accorta solo negli ultimi tempi e spesso rimpiango il giorno che mi sono decisa a scendere in piazza, ma ormai ho cominciato a ballare e non smetterò fin che la musica suona. La mia piccola cerchia di fan è effettivamente sbocciata e il loro passaparola di certo non mi dispiace. Dopotutto sono un aiuto per raggiungere figure più autorevoli ed esperte che possono aiutare nell’evoluzione del percorso, o, magari, ambienti stimolanti pieni di spunti e agganci. Inoltre (e mi scoccia ancora di più ammetterlo), è grazie ai social che si può entrare in contatto con un alto numero di persone in pochissimo tempo e mantenere, o addirittura consolidare, il legame. È così che ho conosciuto te e il tuo blog, come molte altre blogger, lettrici o appassionate di libri e letteratura, con cui ho potuto condividere la nostra bellissima passione. È così che ho conosciuto Beatrice (in arte Aelius), e Rebecca (in arte Lunaticahare), due artiste fenomenali che hanno dato il volto a Iside e Nerea, e ancora Alessandro Tamietto, loro collega, che mi ha regalato un’illustrazione stupenda per il racconto “Pantera” (che vi aspetta su questo blog). È così che ho conosciuto un sacco di colleghi scrittori emergenti, con cui spesso scambio pareri preziosissimi e idee illuminanti. Insomma, come sempre “non tutto è oro quel che brilla” in questo grande viaggio, ma “neppure tutti gli erranti sono perduti”.
Il tuo libro è uscito da pochi mesi e hai già ricevuto molte recensioni, quasi totalmente positive: come ti fa sentire questo apprezzamento nei confronti del tuo libro?
Di certo è una grande soddisfazione. È bello vedere apprezzato tutto il lavoro e i sacrifici fatti per dare vita a “Incantesimo”. Non sono una persona capace di godersi i complimenti, ma mi fa piacere riceverli, seppure con un certo imbarazzo. Non sarò mai totalmente sicura del valore dei miei lavori come lo siete voi, però grazie, il tempo che impiegate per scrivere cose stupende nei miei confronti è commuovente.
Per “Incantesimo” ti sei rivolta a Book a Book, nota casa editrice in crowdfunding. Com’è stata la tua esperienza con questo tipo di pubblicazione? Ti senti di consigliarlo agli autori che vogliono pubblicare i loro primi romanzi?
È stata un’esperienza… complicata, nel senso che per me è complicato descriverla. Sono stata attirata dall’offerta accattivante che Bookabook mi presentava: casa editrice giovane, che utilizza il crowdfunding per pubblicare i suoi autori e far guadagnare a ognuno di loro la sua fetta di pubblico, senza costi, con buona distribuzione e pubblicità. Non che non sia stato realizzato nulla di tutto ciò, però non mi rendevo conto della concretezza di ognuno di questi punti. Ricordo che la campagna di raccolta fondi è stata un inferno, vero stress allo stato puro, che mi ha fatto tardare con alcuni esami universitari e mi portava a controllare di continuo che il numero delle copie scendesse. La stessa campagna, però, mi ha effettivamente portato un pubblico e introdotto a un’attiva presenza sui social alla quale, senza Bookabook, non mi sarei mai aperta (come ho già detto, i social li eviterei, ma con il loro impulso mi sono buttata e non è stato un brutto tuffo). Non mi hanno mai chiesto di sborsare una lira o di acquistare copie, anzi, me lo vietavano, per questo sono stata costretta a trovare metodi, anche subdoli, per invitare amici e parenti ad aiutarmi. Il mio continuo martellare sull’acquisto di copie, però, ha mantenuto gli interessati con le antenne puntante sul progetto e nessuno mi ha mai abbandonato. Ho ricevuto un’infinità di messaggi d’incoraggiamento e domande ricce d’impazienza che mi pregavano di rivelare la data di uscita del libro. Mi faceva piacere, perché notavo che le persone erano veramente interessate a Incantesimo.
Una volta raggiunto l’obbiettivo delle 200 copie in 100 giorni (che Jules Verne si sarebbe arreso prima…), mi è stata affidata un’editor brillante e disponibile, che mi ha insegnato molto e a cui, ogni tanto, scrivo ancora. Su questo punto, però, altri autori avrebbero da ridire, in quanto vittime di un editing penoso che rendeva tutte le loro fatiche vane. Dipende dai casi, io sono stata fortunata.
A proposito del team grafico per la copertina posso dire poco: è stata realizzata sotto mia precisa richiesta da un’amica, Emy Dal Corso, che fa cose incredibili. Quelli di Bookabook si sono dimostrati molto disponibili nell’approvarla. Aggiungo che con me sono sempre stati molto esaustivi e celeri nel rispondere alle mail, qualsiasi cosa io chiedessi, da problematiche tecniche a semplici dubbi o consigli.
La distribuzione è buona, si servono di Messaggerie Libri, lo stesso distributore dei big, e i libri sono facilmente reperibili ovunque. Però arrivano sugli scaffali solo se si raggiunge l’obbiettivo delle 400 copie.
Per la promozione devo aggiungere la mia voce al coro: non ci siamo. Però ne capisco il motivo. Pubblicando talmente tanti titoli ogni mese, è impossibile a chiunque costruire una campagna di promozione adeguata per ognuno di noi. Il loro aiuto sulle piattaforme si limita a un reel e qualche post o storia, dove raggruppano più libri da mostrare tutti assieme. Attivano poi le inserzioni su Instagram e Facebook, ma sono dirette solo agli interessati di esordienti. Ripeto, lo capisco, però qualcosina si potrebbe migliorare. Ad esempio condividere , non tutti, ma almeno alcuni, dei post in cui vengono taggati da autori o blogger. Anche solo questa piccola mossa sarebbe di grande aiuto, eppure non la fanno, a meno che lo scrittore interessato non sia qualcuno con un grande seguito.
Diciamo che sono molto “imprenditori” come editori, se avete i nervi deboli e non vi piace rischiare, non ve li consiglio.
So che questa domanda è un po’ spinosa: quali sono i tuoi progetti futuri per la scrittura?
Voglio studiare, imparare, esercitarmi, ma soprattutto leggere.
Ho intenzione di pubblicare altro? Certo, anzi, è necessario che io faccia esperienza anche in questo modo e che non tenga gli scritti solo per me. Imparare a distinguerli sarà la sfida: ciò che è degno di avere più lettori e ciò che esiste solo per chi l’ha scritto. Non tutto quello che esce dalla nostra penna è pubblicabile, è importante questa presa di coscienza, come il continuo studio ed esercizio. Però la lettura rimarrà la palestra più importante, perché insegna a ragionare sulle parole, e io ho la necessità di ragionare su quello che scrivo.
Volevate sapere se ci sarà a breve un prossimo libro? Beh… la risposta non tarderà ad arrivare.
Ti senti di dare qualche consiglio agli scrittori emergenti?
Leggete i libri giusti e parlate con quante più persone possibili.
Lasciaci una citazione:
“Una storia può nascere dal nulla, può raccontare di tutto e di niente, sta al narratore e chi l’ascolta decidere.”
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